Alessandro Spagna, 33enne di Lequile, sta combattendo per sapere la verità sul decesso di Martina, morta prima del parto. "Le perizie a Roma di Fabrizio Iecher mi danno ragione: si poteva salvare"
Martina non è mai nata, ma il suo pianto fa più rumore di quello di un bimbo appena venuto al mondo. C’è una cosa che colpisce, nelle parole del papà. Quando da più parti si sollevano voci, sollecitandolo non a rinunciare, ma a cambiare fronte della sua battaglia, a varcare la soglia del Tribunale civile, che forse avrebbe più possibilità di vincere, risponde: “Non sono interessato ad un risarcimento. A me interessa solo fare giustizia. Se questa vicenda si chiude così, mia figlia muore un’altra volta. Questa è una cosa che non mi perdonerei”. Martina non ha mai visto la luce, la sua è la storia di un angioletto che non ha fatto in tempo neanche a spalancare gli occhi. Il suo passaggio su questa terra è volato in un istante. Per i medici, una disgrazia. Per il papà, Alessandro Spagna, e la mamma Iolanda Emilia Della Bona, entrambi 33enni di Lequile, una ferita aperta e dolorosa che, a distanza di tempo, non si riesce ancora a rimarginare. E non si tratta solo di “elaborazione del lutto”, come amano dire gli psicologi. Perché, ed è questo il sospetto che cova sempre di più, ogni giorno che passa, nel cuore di Alessandro, forse la perdita della bimba si sarebbe potuta evitare. Qual è la verità? Certezza sulle cause del decesso: è questo che il giovane adesso chiede.
Il suo appello è stato già accolto da alcune televisioni locali. Schivo nel mostrarsi alle telecamere, Alessandro, di professione geometra, è un ragazzo robusto, dai modi gentili e dallo sguardo umile, gli occhi persi in un’amarezza infinita, che improvvisamente si riaccendono del fuoco della determinazione quando entra nei punti salienti della sua storia. Preferisce però non farsi fotografare. “La preg0, faccia una foto delle carte”, chiede, presentando un faldone corposo di atti di querela e perizie. Fosse per lui, mai sarebbe finito tra le righe della cronaca. Ma vorrebbe che oggi gli si desse voce, nella speranza della riapertura di caso che, a suo dire, è stato archiviato con troppa fretta. “Ormai – spiega –, cercare di venire a capo di questa storia è la mia ragione di vita”. Per questo, ha preferito rinunciare a tante cose, tirando fuori dal cassetto dei sogni parte dei risparmi per pagare importanti studi legali ed arrivare anche a Roma, per ottenere la consulenza di Fabrizio Iecher, psichiatra, medico legale e criminologo di fama. Oltretutto, insieme alla moglie, hanno da accudire anche un altro figlio, e i soldi per le famiglie giovani non bastano mai.
“Ho raccontato al professor Iecher la nostra storia e se inizialmente sembrava distante– dice -, quando ha letto i referti, evidentemente ha cambiato idea, perché ha elaborato delle controdeduzioni che, nei fatti, accolgono le nostre ragioni”. E si tratta di un rapporto che cozza con quanto sarebbe stato rilevato a Lecce. Ovvero, se qui la morte è stata imputata ad una sciagura, “incordonamento”, cioè uno strozzamento dovuto al cordone ombelicale, da altre perizie risulterebbe, invece, un quadro differente, molto più ampio. Vale a dire, un “grave iposviluppo fetale”. L’incordonamento, pur rilevato, potrebbe essere un’evenienza a questo punto incidentale. Cioè, secondo Iecher, il “giro di funicolo intorno al collo” potrebbe aver assunto “un ruolo causale o concausale nel determinismo della morte per mancata od inadeguata ossigenazione fetale”. Sempre nella relazione del professor Iecher, che Alessandro ci mostra, si evidenzia infatti come “le cause della morte possono essere ricondotte ad un’insufficienza placentare”. Problema che, se scoperto per tempo, si sarebbe potuto molto probabilmente risolvere, senza pregiudizio per la nascita. Perizie da una parte, perizie dall’altra. Chi avrà ragione?
Questa vicenda, narrata dallo stesso Alessandro Spagna, non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di nessuno. Non si fanno nomi (tranne quelli di chi oggi appoggia la causa della famiglia Spagna), ma si presenta giusto un caso. Un caso difficile, certo. La storia di un papà che oggi chiede: “Non si lasci nulla d’intentato. Vorrei solo confrontarmi con il ginecologo che ha avuto in cura mia moglie: i suoi avvocati con i miei, i suoi periti con i miei”. Ed Alessandro, è chiaro, pensa di avere le ragioni dalla sua perché venga istituito un processo penale. “Nel 2007 – racconta - mia moglie ha compiuto 31 anni ed rimasta incinta. Ha deciso di farsi seguire dal ginecologo che nel 2003 ha fatto nascere il mio unico figlio che oggi ha 5 anni e gode di ottima salute. Inizia ad andare puntualmente una volta al mese allo studio del ginecologo per sottoporsi alla visita di routine e alla relativa ecografia. Al quinto mese le viene prescritta l’amniocentesi: sembra andare tutto bene, anche i risultati sono ottimi”.
I problemi sorgeranno in seguito. “Arriva il 4 dicembre del 2007. Mia moglie è all’ottavo mese di gravidanza. Come i mesi precedenti si reca dal ginecologo il quale, dopo averla visitata e sottoposta ad un’ecografia, dice che va tutto bene e che la bambina e la mamma godono di ottima salute, e ricorda a mia moglie di ritornare il 7 gennaio per la solita visita mensile. Il pomeriggio del 7 gennaio il ginecologo telefona a mia moglie dicendo che ha l’ecografo guasto e che le avrebbe telefonato lui per fissare un appuntamento, non appena fosse stato riparato”. Ma questo, secondo la versione di Alessandro Spagna, non sarebbe avvenuto. Sarebbe stata, dunque, la moglie, dopo una quindicina di giorni, a chiamare il ginecologo, per ricordargli che era ormai all’ultimo mese di gravidanza e che ancora non aveva eseguito la visita di gennaio. “Il ginecologo, a quel punto le dice di recarsi presso il suo studio il 22 gennaio del 2008. A questa data mia moglie ritorna dal medico, il quale, però, non sottopone mia moglie all’ultima ecografia della gravidanza, affermando che l’ecografo è ancora in avaria”. E a quel punto si sarebbe proceduto un po’ all’antica. “Misura la pancia di mia moglie e con lo strumento che serve per ascoltare i battiti della bambina conclude la visita dicendo che va tutto bene, che il battito c’è, e che il 24 gennaio 2008 può recarsi all’ospedale ‘Vito Fazzi’ di Lecce per iniziare i tracciati. Ci rilascia una fattura di 100 euro, paghiamo ed andiamo via”.
“La mattina del 24 gennaio 2008 - prosegue Alessandro Spagna - alle ore 10, mia moglie si presenta in ospedale, si stende sul lettino e le vengono applicate le ventose per iniziare il tracciato”. Ma qui, l’amara, a dir poco incredibile scoperta. “E’ a quel punto che il dottore non sente il battito e si accorge che la bambina è morta. Dalle 10 – ricorda -, bisognerà aspettare fino alle 18 affinché mia moglie venga sottoposta al parto cesareo per il concepimento. Il ginecologo, finito di operare esce dalla sala operatoria e io gli chiedo le cause dell’interruzione della gravidanza. Mi risponde che la bambina stava bene: è morta per incordonamento, è stata solo sfortuna”.
Sfortuna? Per Alessandro Spagna il destino c’entra poco. Insospettito, si reca in caserma, dai carabinieri, e denuncia il medico per omicidio colposo. Quanto meno, spera nell’apertura di un’inchiesta. Il magistrato di turno Procura della Repubblica dispone l’autopsia. “Su due piedi non sapendo cosa fare, mi faccio consigliare un avvocato al quale firmo l’incarico e questo a sua volta incarica un medico legale di parte”, aggiunge Alessandro Spagna. “Finita l’autopsia, il medico legale di parte mi dice che la bambina soffriva almeno da 5 mesi, la morte non era stata causata da incordonamento, ma da altre cause: aveva poca placenta, c’erano segni di ischemia, non arrivava ossigeno, né sangue al cervello. Era sotto peso: infatti al nono mese pesava 1 chilo e 750 grammi. Ma anche sulla cartella clinica hanno scritto che la causa del decesso era dovuta ad incordonamento. Passano 10 mesi e finalmente arriva il referto dell’autopsia, dal quale emerge che la causa del decesso è stato un distacco della placenta dovuto ad una sua infiammazione”.
Alessandro Spagna, a quel punto, ha pensato bene di tornare dal suo medico legale di parte, ma questi gli avrebbe spiegato che “è stata una morte naturale, che devo solo rassegnarmi”. E non avrebbe scritto una sua relazione di parte. Il 33enne non si è però dato per vinto. Ed ha iniziato a chiedere aiuto altrove. “Un mio amico ginecologo in pensione dà un’occhiata a tutta la documentazione e scopre che la bambina presentava un grave iposviluppo fetale”, racconta. “Scopre che mia moglie in 9 mesi di gravidanza aveva preso solo 5 chilogrammi di peso, 3 dei quali negli ultimi 4 mesi”. Così, gli consiglia di non disperare, di andare avanti. “Da quello che emerge dalla documentazione medica – dirà il vecchio ginecologo in pensione all’amico - si sarebbe potuto evitare il dramma, senza conseguenze negative per la salute della bambina, se fosse nata prima”. Ma il calvario della coppia era lungi dall’essere finito. Avendo difficoltà, a dire di Alessandro, nel trovare qualcuno che mettesse per iscritto tutti i rilievi su ecografie, amniocentesi, cartella clinica, esame morfologico e via dicendo, s’è visto trascorrere i giorni. E quando è giunta la richiesta di archiviazione riferisce di essere stato avvisato in ritardo dal suo avvocato. “I 10 giorni disponibili per poter fare opposizione erano giunti al termine”.
E’ stato a quel punto che Alessandro Spagna ha preso il coraggio a due mani, ed ha assunto la decisione di andare nella capitale, per chiedere il parere di Iecher, dell’università La Sapienza di Roma. “Un medico legale, una persona con un curriculum di tutto rispetto e che collabora anche con la Procura di Roma”. Lo specialista, insieme ad una ginecologa ed ecografista, Eleonora Parlavecchio, ha analizzato il tutto, e dopo qualche giorno si è fatto carico di informare il giovane padre. “Non solo mi danno ragione, ma mi fanno una relazione nella quale si mette in evidenza che le ecografie non erano state effettuate con criterio: addirittura – evidenzia Alessandro - alcune avevano la data del 2005; confermano anche che se il ginecologo fosse stato meno negligente, si sarebbe accorto che mia moglie necessitava di un monitoraggio continuo fino al momento del parto, in quanto la bambina cresceva pochissimo”. La nuova relazione è giunge così dal pm, ma le indagini non si sono riaperte. Motivo: non sarebbe emerso il “nesso di casualità”.
“Ma il professor Fabrizio Iecher – dice Alesandro Spagna -, nella sua relazione, non ha contraddetto il referto del medico della Procura, ha solo contestato, insieme con la collega, l’operato del ginecologo che ha seguito mia moglie”. E a questo punto il giovane padre si chiede se siano stati eseguiti tutti i passi che lui ritiene necessari, in prima istanza proprio l’ascolto di un ginecologo. “Martina pesava alla nascita 1 chilo e 750 grammi – torna a ripetere il 33enne -, quando in realtà i neonati in quel periodo di gestazione, e cioè alla 35esima settimana di gravidanza, dovrebbero pesare almeno 3 chili. Basterebbe far notare a qualsiasi perito questo particolare per capire che il ginecologo non si è accorto che Martina presentava un grave iposviluppo fetale: il 22 gennaio, giorno dell’ultima visita, avrebbe dovuto farla nascere”. In questo lasso di tempo, la coppia di Lequile ha anche cambiato avvocato, scegliendo come legale Fabrizio Gallo del Foro di Roma, il quale ha presentato un’altra querela, con i nuovi elementi che sono emersi, alla cancelleria del Tribunale di Lecce. Il caso verrà archiviato ancora una volta? “Questa vicenda – conclude Alessandro Spagna - non deve finire nel dimenticatoio”.