Il parco va a fuoco nel cuore della notte, decine e decine di ettari devastati. Situazione di assoluta emergenza con pochi mezzi a disposizione. Si può continuare così?
Un inferno. Semplicemente.
Un inferno di fiamme che squarcia il ventre di una notte rovente, il sudore come una colla fra pelle e maglietta. Da buttare, dopo. Addosso una puzza merdosa di bruciacchiato, come quando a scuola con l’accendino quel deficiente del compagno di banco, implume come una buccia di mela, ti bruciava i peli del braccio, tu che eri un po’ troppo precoce. Un rosso anomalo accende a tratti un cielo nero come le pece. Non ci sono stelle, solo una luna orrenda, tagliata a metà da nubi cattive. Quintali di legno secolare ardono, il rossore è un infiammo che sfregia il buio: la retina cattura l’immagine e passa il messaggio al cervello. Che quasi stenta a credere. Mio dio, stanno bruciando davvero, le Cesine. L’oasi si trasforma in un inferno. Le volute di fumo si vedono da decine di chilometri di distanza, qualcuno scorge persino le fiamme dai tetti del quartiere San Sabino.
Si percorre la San Cataldo-San Foca e ci si ferma, per forza, come attratti da una calamita, ad ascoltare lo schioppettio di fiamme che nel buio, stramaledetto complice, divorano alberi come fossero stecchini fra i denti di un ingordo indigesto. Fuoco del cavolo, amico e nemico, che a volte purifica, a volte uccide e distrugge. Le Cesine bruciano, ed è una tormento dell’anima star lì a guardare volute di fiamme che si levano nell’oscurità per decine di metri. Fanno paura, non si contengono. C’è mezzo mondo intorno a cercare di domare il domabile. Ma il fuoco è una fiera senza ragione: va dove lo spinge il vento, prova tu a catturalo.
Sono partiti da Lecce e da Veglie, i vigili del fuoco. Bestemmiano, hanno pochi uomini, vorrebbero più mezzi, lo dicono da sempre. All’una di notte tirano giù dai letti quelli che dormono e stanno fuori servizio. Rientrate, perdio, sta venendo giù mezzo mondo. I militari del corpo forestale hanno volti tesi e stanchi, rispondono a monosillabi, c’hanno le palle girate. Vanno e vengono da “Campo Verde”, a San Cataldo, provano a riempire i serbatoi di acqua, magari saltasse fuori quella dannata chiavetta. Si vedono carabinieri, mezzi della Regione Puglia e volontari della protezione civile. Non li fanno passare, quest’ultimi, il rischio è grosso, il fuoco avanza spinto dal soffio maligno del vento: state lì a pattugliare gli accessi. Qualcuno suggerisce dove prendere l’acqua, intanto passa un’ambulanza a sirene spiegate. Un intossicato? No, va verso Torre Rinalda, che forse c’è un infarto o chissà cosa. Pochi mezzi, pochi uomini, poche risorse, molta anarchia. Che tanto i soldi dei cittadini servono a riempire le tasche di pochi politici, stipendiati inutilmente, non a dare mezzi a chi lavora.
Le Cesine, oasi naturale del Wwf, prendono fuoco. C’è dietro la mano di piromani? C’è correlazione con l’incendio di Frigole o con il vertice interforze in Prefettura? Sarà doloso o meno? Sarà, non sarà. Sarà pur vero che un manipolo di uomini dovrà combattere tutta la notte per limitare i danni e contenere il possibile. I canad air non partono di notte. Si dovrà cercare di venire a patti con il diavolo ed aspettare l’alba, per vederci chiaro e capire, sperare che dell’oasi resti qualcosa e che la macchia mediterranea, già limitata nel mondo, non diventi uno sputo di pochi alberelli.