Concorrenza sleale e delocalizzazione: call center sotto la lente d'ingradimento

Un settore in crisi, con molte ombre su cui far luce. I sindacati insieme a Call&Call, Comdata e Transcom hanno indetto un presidio sui luoghi di lavoro

Foto di repertorio: una manifestazione sindacale

LECCE - Call center sotto la lente di ingrandimento dei sindacati. Il comparto, che pure sostiene corposamente l'occupazione nel Salento della desertificazione industriale, vive di luce e ombre. Tante ombre, che i tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil intendono far emergere.

Le segreterie territoriali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, unitamente alle rappresentanze sindacali unitarie di Call&Call, Comdata e Transcom, hanno infatti indetto per lunedì 14 ottobre un presidio sui luoghi di lavoro delle tre grandi aziende a sostegno delle delicate vertenze aperte sul territorio.

Intanto, però, i tre hanno firmato una piattaforma unitaria di rivendicazioni (da sottoporre al governo) che punta il dito contro i fenomeni di delocalizzazione e concorrenza sleale sul costo del lavoro, tipici della categoria.

Le aziende, infatti, cominciano a pagare un pesante dazio, in termini occupazionali, alla crisi del settore, e neanche il protocollo di autoregolamentazione sottoscritto al Mise nel 2017, da parte delle tredici tra le principali aziende committenti delle attività di contact center italiane, è riuscito a mettere ordine.

I sindacati affrontano la questione dal punto di vista normativo (codice degli appalti e connesso decreto correttivo), per chiedere al governo nuovi interventi legislativi.

“È necessario irrobustire un campo legislativo organico perché non è sufficiente la sottoscrizione volontaria di protocolli tra committenti che potrebbero in qualunque momento decidere di sottrarsi all’impegno preso”, puntualizzano i sindacalisti che chiedono di attivare un tavolo nazionale ad hoc.

Queste le proposte: superare il sistema di gare a minuto di conversazione in favore di altre modalità, come ad esempio le gare a corpo; estendere anche alle gare private il riferimento al costo orario del lavoro indicato nelle specifiche tabelle;  predisporre interventi per favorire il rientro in Italia di attività di contact center oggi lavorate in Paesi esteri; evitare che gli eventuali incentivi pubblici possano determinare effetti distorsivi sulla competizione tra imprese del settore.

“Il settore dei call center ha già raggiunto un sostanziale livello di maturità della capacità occupazionale. Al netto del normale turn over,  le politiche di incentivazione devono essere funzionali alla salvaguardia della forza lavoro. Trattandosi di un settore ad alto impatto di stress, occorre puntare sulla formazione continua. Il settore che sarà oggetto di evoluzioni anche a causa dell’impatto delle nuove tecnologie e occorre arrivare preparati ad una trasformazione ineludibile utilizzando tutte le possibilità date dalla legislazione in termini di politiche attive del lavoro e di creazione di fondi bilaterali”, puntualizzano i segretari.

E poi ancora, a loro dire occorre allargare a tutti i servizi di contact center degli obblighi di risposta da parte dell’operatore entro un dato limite di tempo;  vietare il subappalto alla luce delle caratteristiche dei contact center; introdurre un sistema di ammortizzatori sociali mentre per le attività di contact center outbound; svolgere un'efficace azione di vigilanza dagli organi ispettivi sugli accordi “pirata” sottoscritti da associazioni non rappresentative.

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