Il fronte del Sì e il fronte del No: pro e contro nelle motivazioni dei comitati

La cittadinanza di Presicce (in particolare) e di Acquarica del Capo spaccata a metà, indecisa sul da farsi. Abbiamo cercato di sintetizzare benefici e note dolenti di una eventuale fusione

La proposta del Disegno di Legge

PRESICCE/ACQUARICA DEL CAPO - I benefici a cui si appella il fronte del “Sì” sono numerosi. La priorità nei programmi e nei provvedimenti regionali, in primis: per i dieci anni successivi alla costituzione di un nuovo comune, infatti, si otterrebbero incentivi sia statali, sia regionali. “Il nuovo Comune potrebbe infatti beneficiare di un finanziamenti massimo annuale, senza alcun vincolo di destinazione da parte dello Stato (quindi libera scelta degli amministratori di destinare quelle risorse ai progetti più urgenti, nei vari settori): si parla di un milione e 776mila euro per i dieci anni successivi alla fusione, per un ammontare totale di 17 milioni e 760mila euro. Tra i benefici finanziari, anche quelli regionali: la giunta erogherebbe infatti al nuovo Comune un contributo annuale di 136mila euro per ben tre anni, per un importo complessivo di 408mila euro. A questa somma si aggiungerebbe anche un contributo una tantum di 300mila euro, finalizzato alla riorganizzazione delle funzioni e dei servizi comunali”. 

Il “No”: Francesca Stendardo, la portavoce del comitato contrario alla fusione e docente di Lettere presso un istituto superiore, è molto scettica sulle cifre da capogiro. Non sul “valore”, sia chiaro, quanto sulla stessa certezza che quel denaro potrebbe giungere a destinazione. Lo scetticismo è legato a fattori di imponderabilità e all’affacciarsi anche di altre realtà pugliesi in cammino verso la fusione. Una volta fusi, Presicce-Acquarica non avrebbe alcuna priorità.  “Date per certe le risorse regionali, non abbiamo una previsione di quanto realmente arriverebbe a costare la fusione e l’organizzazione ottimale dei servizi e delle strutture del nuoco comune. Settecentomila euro in tre anni sono una cifra rispettabile, ma non abbiamo la certezza che basterà per il semplice fatto che non abbiamo tutte queste informazioni. Le risorse statali, invece, fanno riferimento ad un fondo che viene alimentato ogni anno con una legge finanziaria che vale per tutte le fusioni. Quei 17milioni sono da considerarsi “fino a…”, ma potrebbe serenamente essere minore. Quanto ai bandi, poi, i fusionisti parlano di vittoria come fosse una certezza: proprio per loro natura, invece, i bandi sono eventi futuri ed incerti, sia nel contenuto che negli stanziamenti”.

Il Sì. Sempre per restare in tema economico, inoltre, il comitato del Sì, come ha spiegato il suo presidente Luigi Mele, di professione commercialista, ulteriori benefici deriverebbero dai risparmi. “Il nuovo Comune potrebbe ridurre gli sprechi di oltre 100mila euro annuali, in modo da redistribuire i carichi di lavoro e specializzare il personale. Inoltre, sarebbe anche prevista una deroga ai limiti di assunzione attualmente previsti nella pubblica amministrazione. Il nuovo Comune potrebbe assumere il personale di ruolo cessato e quindi garantire un adeguato livello di servizi”.

Il “No”: “Si parla di risparmi, ma poi anche di persone da assumere, di altri da specializzare. Questi costi sono da considerarsi come un investimento sulle persone, ma si tramuteranno in spesa corrente, che rimarrà ben oltre i 10 di extra-gettito. Bisogna anche guardare le cose da angolazioni diverse. Ecco, noi abbiamo cercato di fare questo”.

Il “Sì”. I favorevoli alla fusione fanno anche leva sul risparmio che ne deriverebbe dall’essere amministrati da un solo sindaco. Restando la comunità unita al di sotto dei 10mila abitanti, infatti, il primo cittadino percepirebbe la stessa cifra di uno dei due sindaci attuali. Ne verrebbe pagato soltanto uno.

Il “No”.  Più che dallo stipendio del sindaco, sono preoccupati dalla compressione della rappresentanza. “Sicuramente nei comuni più grandi, questo rapporto numerico tra cittadini e consiglieri è una cosa normale, ma le nostre comunità sono abituate ad un livello di democrazia quasi diretta. Per i fusionisti sembra che questo sia un costo fastidioso, noi crediamo che sia un valore da non svendere”.

Il “Sì”. Anche l’incremento del peso specifico del nuovo Comune sui tavoli interistituzionali, sovracomunali e intercomunali è una delle motivazioni che spinge il comitato del “Sì” a votare a favore della fusione. “In Italia vi è una frammentazione di comuni, poco meno di 8mila in tutto. Ridurre questa miriade di piccoli centri si pensa possa essere la tendenza futura”.

Il  “No”. “La tendenza alla riduzione dei comuni è un orientamento prettamente politico e non “esogeno”. Non stiamo parlando di tendenze demografiche o ambientali; noi parliamo di un orientamento politico. In Germania e in Francia gli organi di raccordo per i servizi comuni, funzionano molto bene: in Italia, no. Le nostre amministrazioni passate sono state incapaci di far funzionare l’istituto dell’Unione che, al contrario, in altre realtà funziona benissimo. Ne è un esempio l’Unione della Grecia salentina, che ha saputo rilanciare in maniera brillante l’immagine di un intero territorio Aggiungiamo a tutto questo un altro dato: i  piccoli comuni con molto meno di 5mila abitanti sono molti di più al nord. La Puglia è la regione con la più bassa percentuale di comuni che hanno meno di 5mila abitanti”.

Il Sì. Per non escludere la questione identitaria, inoltre, il Sì evidenzia anche la valorizzazione della storia e della cultura locale attraverso il recupero dei patrimoni artistici, la conservazione architettonica, la rivalutazione delle tradizioni, la cura del territorio e delle risorse naturali. 
”La fusione non priverà Presicce ed Acquarica delle rispettive caratteristiche connotative di cui vanno fiere, poiché trattasi di realtà che sono già sostanzialmente inglobate”, concludono.

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