Dopo il dolore non si fomenti l'odio. Minacce e insulti non rendono "giustizia"

Data in pasto ai social e finita in tv, la vicenda delle esequie della 31enne ha aizzato l'ostilità verso la polizia locale, con conseguenze da non sottovalutare

LECCE – In una città appena sfiorata dal nuovo coronavirus – i casi accertati equivalgono allo 0,8 percento dei residenti –, ma alle prime avvisaglie di una asfissia economica e finanziaria che sarà complicato assorbire, il caso del funerale di Silvia Ghezzi, diventato ben presto occasione di un fastidioso clamore mediatico, ha portato a galla una bolla di risentimento e aggressività che non va sottovalutata come un incidente di percorso. A dirla tutta, anzi, si iscrive in una lunga scia di deterioramento del confronto pubblico, imbastardito da tutte le insidie tipiche del mondo virtuale.

Dopo il caso del medico richiamato in servizio e rallentato dall’atteggiamento di diffidenza di un’agente di polizia locale presso un posto di controllo – episodio conclusosi con un chiarimento che ha soddisfatto il medico interessato -, quello delle esequie della giovane leccese deceduta in un ospedale emiliano ha rilanciato con ancora maggiore veemenza un orientamento ostile nei confronti dei vigili urbani, orientamento diffuso in una parte non trascurabile della cittadinanza. Le multe, del resto, non fa piacere a nessuno riceverle soprattutto se si aggiungono ad atteggiamenti che in certe occasioni sono tutto il contrario dell’empatia e della comprensione. Questo non lo si può negare.

Da qui ad attribuire agli agenti il ruolo precostituito del cattivo, però, ce ne corre: non deve essere facile trovarsi nei panni di chi, nello svolgimento del proprio lavoro, subisce non di rado provocazioni e insulti, anche a fronte di palesi comportamenti contrari alle civile convivenza, come il parcheggiare davanti a uno scivolo per disabili per poi avere anche il coraggio di dire, con il verbale già sul parabrezza: “Ma mi sono spostato tre minuti”. Non deve essere facile - in questa fase di emergenza sanitaria - compiere il proprio dovere sapendo di avere più probabilità di tanti altri di contrarre l'infezione.

Ci sono categorie che, nel tritacarne dei social, sono oramai obiettivi facili, contro i quali si riversa un accanimento da branco: sono ora agenti, ora migranti, ora i dipendenti pubblici, ora i giornalisti, tanto per fare alcuni esempi di target che vanno per la maggiore. Ogniqualvolta prevalgono le reazioni emotive e il linguaggio della pancia – aspetti che la tv del dolore trasforma in audience, a suo uso e consumo – si scatena la valanga dell’odio. Calunnia, diffamazioni, anche vere e proprie minacce, tra l’altro scritte nella convinzione, da ignoranti, che su Facebook sia tutto permesso.

È avvenuto anche nel caso dell’agente leccese e questo, oltre a un pericolo di per sé, rappresenta un rischio per tutto il corpo di polizia locale, chiamato a svolgere buona parte del proprio servizio per le strade. La vicenda è stata raccontata dalla madre, dal primo post poco dopo il funerale fino a “Pomeriggio 5” di Barbara D’Urso. Il sindaco ha preso informazioni sull’accaduto, come aveva fatto per l'episodio precedente e come è doveroso che faccia, e poi ha offerto una ricostruzione che, evidentemente, non ha soddisfatto la signora (probabilmente nemmeno Barbara D’Urso che ha dato uno spazio di intervento di pochissimi minuti dopo una lunga attesa in collegamento). E di nuovo i social a ribollire di ostilità.

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Ora però è il momento che si abbassino i toni, almeno per rispetto per Silvia, per il dolore di quanto le volevano bene, ma anche per l’amor proprio che si deve a una città. Finito il tempo delle sentenze sommarie su Facebook, venga quello del silenzio. Strumentalizzare questa vicenda, esasperando ancora gli animi per qualche briciolo di consenso politico o per qualche impennata di click, esaltando le “tifoserie”, è quanto davvero una giovane donna scomparsa non merita assolutamente.

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