"Giustizia per una grave prevaricazione": dipendente Call Marketing reintegrata

Il tribunale di Lecce da ragione a una donna licenziata condannando l'azienda al pagamento. Cgil: "Pronunciamento che smaschera il Jobs act: necessario un nuovo Statuto dei lavoratori"

Foto di repertorio

LECCE – O le dimissioni, oppure il trasferimento a 60 chilometri di distanza dalla sede di lavoro. Questa, in soldoni, la disavventura lavorativa che ha riguardato una dipendente dell'azienda Call Marketing, culminata in un lieto fine dopo due anni di battaglia legale.

Il tribunale di Lecce, con sentenza del giudice del lavoro Luca Notarangelo, ha infatti disposto il reintegro dell'interessata (che nel frattempo era stata licenziata), condannando l'azienda al pagamento non solo delle spese legali, ma anche di un'indennità pari all'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto.

La dipendente è stata assistita dall'avvocato Iuri Chironi e dalla Slc Cgil di Lecce e il suo caso ora potrebbe fare da apripista per analoghe situazioni che sarebbero accadute nel call center.

Le dichiarazioni dei sindacalisti

“La sentenza fa giustizia di una grave prevaricazione perpetrata a danno di persone che avevano il lavoro nel call center come unica fonte di sostentamento e che hanno visto nello sciopero l’unico mezzo per tutelare i propri diritti”, hanno commentato Valentina Fragassi, segretaria Cgil Lecce e Tommaso Moscara della Slc Cgil Lecce-Brindisi.

I due sindacalisti hanno colto la palla al balzo per ribadire la posizione di Cgil sull'articolo 18, “che non andava abrogato ma ampliato ad altri beneficiari” e sulla necessità di stilare un nuovo Statuto dei lavoratori. moscara-6

La sentenza avrebbe poi messo in luce tutte le criticità del Jobs act che Cgil aveva da subito portato all'attenzione del legislatore.

“Il Jobs act prevedeva sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato, salvo poi dare mano libera ai licenziamenti attraverso il meccanismo delle tutele crescenti – hanno ricordato Fragassi e Moscara -. Il tentativo di Call Marketing di consigliare le dimissioni dietro minaccia di un trasferimento in blocco dimostra che alcune aziende intesero pretestuosamente quella riforma”.

Il riassunto della vertenza

Il sindacato ha ricostruito i fatti che risalgono al febbraio del 2016, quando “decine di lavoratori della sede di Acquarica di Lecce, furono convocati dai responsabili aziendali e invitati rassegnare le proprie dimissioni, per poi proseguire il rapporto di lavoro con contratto autonomo di collaborazione”.

“Il rifiuto – si legge in un comunicato sindacale - avrebbe comportato il trasferimento ad Acquarica del Capo. Su 90 dipendenti, più della metà ha detto no. L'azienda è stata di parola ed ha trasferito chi rifiutava la proposta ad Acquarica del Capo: decisione che ha fatto scattare uno sciopero ad oltranza di 8 mesi”.

Ma non finisce qui: “A febbraio 2017 l’azienda ha trasferito i lavoratori dipendenti da Acquarica del Capo a Galatina – si legge ancora – mettendo in atto una politica di riduzione del personale: secondo i ricorrenti, l’azienda ha precostituito le condizioni di scarso rendimento, sottoponendo ai lavoratori liste di utenti non interessati al dialogo. Sono liste che contenevano nomi di cittadini hanno già acquistato o manifestato disinteresse all’acquisto del prodotto in promozione. Una platea di contatti negativi, quindi, assegnata proprio ai dipendenti che avevano rifiutato la trasformazione del contratto a progetto, partecipando allo sciopero”.

Il giudice del lavoro ha dato loro ragione, dichiarando “evidente la natura pretestuosa dello scarso rendimento su cui si fondano i licenziamenti”.

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Il sindacato puntualizza che, peraltro, “lo scarso rendimento non è una condotta che può giustificare il licenziamento, né sono emerse, anche dopo il trasferimento, negligenze tali da far scattare altri provvedimenti disciplinari”. Il licenziamento della dipendente è quindi stato dichiarato nullo e altri colleghi sperano di poter ottenere il medesimo risultato in seno alla giustizia.

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