“Nessuna infiltrazione”: Igeco ricorre in appello contro l’interdittiva antimafia

La società si rivolge al Consiglio di Stato contro il pronunciamento del Tar del Lazio. Ricchiuto: "Sempre denunciati tentativi di condizionamento"

LECCE – La società Igeco va avanti nella sua battaglia per riconoscere l’annullamento della spada di Damocle pendente sulla sua testa dell’interdittiva antimafia e, tramite lo studio legale Cancrini & Partners di Roma, ha deciso di ricorrere davanti al Consiglio di Stato contro la recente sentenza del Tar del Lazio che ha confermato la legittimità del provvedimento adottato nell’ottobre del 2018. Il ricorso in appello è stato depositato nella giornata di ieri, avanzando istanza di sospensione cautelare dell’efficacia della sentenza. Per i ricorrenti, infatti, esistono fondati motivi per l’annullamento.

Le argomentazioni sono sostanzialmente le stesse già prospettate davanti al Tar Lazio. In particolare, la società ha di nuovo evidenziato che il provvedimento della Prefettura di Roma ha contestato la presenza di sei dipendenti su 310, alla data del 23 novembre del 2016, con reati di stampo mafioso (il gruppo aveva livelli occupazionali di circa 500 unità), nonostante, al 3 ottobre 2018, data di emissione dell’informativa interdittiva, questi non fossero più all’opera per conto di Igeco.

La società sottolinea che, in alcuni casi, in forza della clausola sociale prevista per legge, i dipendenti attenzionati sono ‘pervenuti’ alle dipendenze di Igeco perché provenienti dall’impresa che precedentemente gestiva il servizio di igiene urbana. Ancora, si contesta come alla Igeco sia stata attribuita l’infiltrazione mafiosa, e non all’operatore economico che li aveva assunti in precedenza e che per legge la società subentrante ha dovuto inserire in organico.

In alcuni casi, sottolineano da Igeco, la società ha pure rifiutato il passaggio di dipendenti da altre imprese. Una circostanza che però non sarebbe stata presa in considerazione dal giudice amministrativo. L’imprenditore salentino Tommaso Ricchiuto, inoltre, specifica che, sin quando è stato presidente di Igeco, ha sempre denunciato ogni tentativo di condizionamento di consorterie criminali e ricorda come, insieme alla sua famiglia, sia stato anche vittima di attentati (ritrovamento di una bomba nei pressi della sua abitazione e pistolettate). Episodi rispetto ai quali rivendica di aver sempre garantito la massima collaborazione con gli inquirenti, tanto da essere sottoposto anche a un programma di scorta.

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Si tratta di aspetti che la società lamenta non essere stati presi in esame nell’interdittiva, tantomeno valutati dal Tar Lazio. Aggiungendo che, in tutto questo, non è stato contestato ad Igeco alcun rapporto commerciale con operatori economici riconducibili a consorterie criminali. Insomma, non vi sarebbe mai stata infiltrazione mafiosa ed è questo il punto nodale che i legali della società porteranno avanti.

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