"Gli innesti non salveranno il Salento": per Melcarne occorre piantare leccino e favolosa

Il noto agronomo ritiene che gli innesti di leccino possano salvare i monumentali ma che il futuro dell'olivicoltura passi dalla ricerca sulle varietà autoctone resistenti

In foto: una pianta innestata da Melcarne

Gagliano del Capo – Giovanni Melcarne è proprietario dell'oleificio Forestaforte a Gagliano del Capo, ereditato dalla sua famiglia nel '98. Ma è anche, e soprattutto, uno degli agronomi più famosi del Salento. Il motivo? Quando l'avanzata della xylella stava facendo man bassa della produzione olivicola salentina, e la politica si avvitava intorno alla burocrazia, Melcarne ha preso il toro per le corna ed ha cominciato a sperimentare i primi innesti di varietà resistenti sulle piante, all'interno di campi dedicati proprio a queste verifiche. Insieme a lui abbiamo tracciato un bilancio del disastro che si abbattuto sul patrimonio arboreo, e produttivo, del Salento, immaginando di trovare una strada per venirne fuori.

Quand'è che ha notato la presenza di Co.di.ro nei suoi terreni?

I primi sintomi di disseccamento rapido degli ulivi nella mia azienda risalgono al giugno 2015. La situazione, da quel momento, è progressivamente peggiorata. Nel 2013, quando si notarono i primi disseccamenti anomali delle piante, l'unico elemento di novità era la presenza del batterio: sarebbe bastato un minimo di buon senso per ricollegare i sintomi all'agente causale xylella. Io, da agronomo, ne sono stato convinto sin dal primo momento. Ma forse non era neppure necessaria la scienza, ma sarebbe bastata a tutti la curiosità di osservare ciò che accadeva sul territorio: anche su terreni molto diversi e con diversi livelli di fertilità, soggetti a vari tipo di potatura e conduzione, i disseccamenti proseguivano nel medesimo modo.

Dal primo contagio all'epidemia il passo è stato breve?

Il batterio si è esteso a macchia d'olio nell'epicentro: da lì sono partire le metastasi che hanno colpito altre porzioni di territorio scatenando, a loro volta, altri focolai puntiformi. La diffusione è a macchia di leopardo se consideriamo ampie porzioni di territorio, ma guardando al microscopio la prima pianta infetta attacca facilmente quella vicina e si diffonde il contagio come in un focolaio. Il meccanismo ricorda quello dell'avanzata di un tumore nel corpo umano. A Gagliano del Capo, l'epicentro del focolaio è ormai completamente seccato, come a Gallipoli. Ma ho scoperto che un proprietario terriero aveva già iniziato a tagliare le piante infette nel 2013. Gagliano, all'epoca, era quindi una metastasi dell'epicentro gallipolino che ha conosciuto i primi sintomi nel 2008.

A quanto ammontano i danni complessivi per la sua azienda e per il territorio?

La diffusione della malattia è stata esponenziale. La provincia di Lecce possiede 85 mila ettari di oliveti; questi ultimi sono passati da un valore medio di 25mila euro ad ettaro a 7-10 mila euro. A conti fatti, abbiamo perso un valore patrimoniale di circa 15mila euro per ogni ettaro che corrispondono a 1 miliardo di euro complessivi. La perdita del prodotto negli anni è stata graduale, con tutte le differenze del caso perché a Gallipoli non si produce da 5 anni e nella zona di Otranto da soli 12 mesi, però il crollo dei terreni è stato verticale.

Ritiene anche lei che il problema non sia stato affrontato in modo ottimale?

Il fatto che il batterio sia arrivato nel Barese è la prova che, negli anni, si è fatto ben poco per contrastarne la diffusione. Le piante che dovevano essere estirpate non sono mai state estirpate tutte e non sono pochi i ritardi. Nel 2018, abbiamo ottenuto la deroga al divieto di impianto per le cultivar resistenti “leccino e favolosa”: ad oggi, paradossalmente, esistono ancora problemi nell'interpretazione della legge nelle zone con vincolo paesaggistico e il Psr, il Piano di sviluppo rurale, è bloccato. Da due anni abbiamo la deroga al divieto di impianto ma non abbiamo agevolato gli impianti. I piccoli e medi imprenditori ormai ci pensano due volte prima di andare a investire e reimpiantare perché, a causa dei costi e del basso rendimento, guadagno circa mille euro su ogni ettaro di terreno. Io sono convinto che si faranno pochi reimpianti, proprio per questi motivi.

Lei ha già cominciato a reimpiantare?

Io non ho cominciato, dovrei iniziare nella primavera del 2020, se non mi fanno cambiare idea. Io ho dedicato 12 ettari della mia proprietà per la verifica degli innesti, spendendo 130 mila euro di tasca mia. A questo progetto oggi si sta agganciando un finanziamento della Regione Puglia che però non riconosce il pregresso. Mi auguro che questi esperimenti portino ad un esito positivo: l'obiettivo è quello di salvare gli alberi monumentali perché gli innesti vanno visti solo in questa chiave. È impensabile utilizzarli per rigenerare l'olivicoltura dal punto di vista produttivo, a causa dei costi. In altre, parole, non salveremo il Salento con gli innesti.

Senza entrare nel tecnico, a cosa servono gli innesti?

Nei campi sperimentali ci sono 440 varietà di piante innestate: l'alto numero ci serve a capire quali di queste riuscirà a resistere su una pianta infetta. Su ogni pianta è presente anche un innesto di leccino utile a verificare la possibilità di salvare gli alberi monumentali. É impossibile pensare, però, di utilizzare gli innesti per dare nuova vita alle piante infette e continuare a produrre. É impossibile sia tecnicamente sia dal punto di vista delle risorse necessarie: la cura di un innesto su un albero dura per anni e comporta un costo gravoso per il singolo agricoltore. Costa molto di meno reimpiantare cultivar certificate come resistenti. Il leccino sulle piante non offre garanzie scientifiche e non è un'alternativa a un nuovo impianto. Lo si può fare come azzardo nei territori appena colpiti dal batterio per salvare il patrimonio inestimabile, ed irriproducibile, degli arbusti millenari.

Qual è la soluzione per salvare il patrimonio olivicolo locale?

La politica dovrebbe accollarsi il rischio di finanziare gli innesti sulle piante monumentali. Al netto delle critiche che ho sempre rivolto al presidente Michele Emiliano, se lo facesse gli riconoscerei un certo coraggio. La soluzione per far ripartire la produzione olivicola passa soltanto dal reimpianto della varietà cultivar resistenti, certificate al momento perché la resistenza non è una dato certo nel futuro. La strada maestra per le fitopatie è invece quella della ricerca sulla genetica: gli scienziati sono già all'opera in tutto il mondo e oggi abbiamo le due cultivar (Fs17 e Leccino). Dobbiamo riuscire ad individuare nuovi caratteri di resistenza si può far fronte al batterio. La ricerca deve continuare anche nei semenzali, piante spontanee sul territorio, nate da incroci casuali: ci servono per individuare una varietà autoctona che preservi l'identità del Salento. Il Salento non può permettersi il lusso di piantare qualsiasi albero perché non abbiamo le estensioni di terreno che hanno in Spagna, in Tunisia o in Marocco e quindi dobbiamo sfruttare le nostre peculiarità, trovando una cultivar semplice. Intanto non abbiamo alternativa se non quella di piantare leccino o favolosa, a meno che non vogliamo continuare a fare il gioco dei complottisti nullafacenti.
 

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