Emozioni e dolori, speranze e timori: il presidente del Lecce si racconta

Intervista a Saverio Sticchi Damiani che festeggia i 43 anni. Con i suoi soci è stato l’artefice del riscatto per tutto il territorio salentino dopo sei anni da incubo

Saverio Sticchi Damiani, nel giorno della grande festa.

LECCE – Il ritorno del Lecce in serie B porta indubitabilmente la firma di Saverio Sticchi Damiani. Poco più che 40enne e con una attività professionale già di per sé impegnativa e di alto livello, si è fatto carico di una operazione che avrebbe rischiato di schiacciare molti altri: riunire un gruppo di tifosi come lui che potessero dare un futuro al calcio leccese.

Per due volte il traguardo è svanito in semifinale, ma al terzo tentativo l’obiettivo è stato centrato. Tra festeggiamenti da smaltire e un campionato di serie B da programmare, una intervista che vuole essere anche un doveroso riconoscimento a chi si è assunto una pesante responsabilità nei confronti non solo di una tifoseria appassionata ma stordita, ma anche di un intero territorio assetato di un qualche riscatto.

Presidente, è arrivato il momento di festeggiare 43 anni ma il regalo è arrivato con qualche giorno di anticipo, la promozione in serie B.

Piano piano sto prendendo contezza del risultato che abbiamo raggiunto. Aver contribuito a riportare la città e tutto il territorio salentino in serie B è una emozione difficile da raccontare.

In questi giorni sono piovuti messaggi da ogni dove. È riuscito a rispondere a tutti?

Abbiamo ricevuto in società una valanga di congratulazioni, a migliaia e tanti telegrammi ufficiali: da ex calciatori rimasti legati al Lecce ai vertici del calcio italiano, da squadre di ogni categoria, a partire da Milan, Fiorentina, Sampdoria, Genoa.

Poi ci sono i messaggi personali, di semplici tifosi e di amici che mi sono stati sempre vicino, soprattutto nei momenti di difficoltà. Chiaramente per me il maggior sollievo è stato l’abbraccio a fine partita (con la Paganese, ndr) di mia moglie Marina che più di tutti ha combattuto al mio fianco con trasporto e coinvolgimento.

Senza dubbio è stata una stagione intensa: dopo la partita pareggiata con il Siracusa di rumoreggiava contro l’integralismo dell’allenatore, contro la campagna acquisti di gennaio. Sarebbe bastato poco per far saltare i nervi, invece la scelta del ritiro a Roma ha portato i suoi frutti.

Quello è stato il momento cruciale nel quale abbiamo vinto il campionato. L’idea del ritiro non è stata una imposizione del presidente, ma è stata condivisa con il mister e con il direttore sportivo. Ricordo volentieri alcune ore trascorse in ritiro, quando ci siamo detti alcune cose, ovviamente riservate, che secondo me hanno compattato un gruppo che era comunque unito di suo e sgomberato il campo da ansie e preoccupazioni inevitabili dopo quel passo falso. Non dimenticherò quelle ore, davvero cruciali: ho avuto la conferma di avere a che fare con persone straordinarie.

Proprio nelle settimane difficili lei, senza troppo girarci intorno, disse in conferenza che il Lecce non si sarebbe prestato mai a determinati giochi, anche a costo di compromettere il risultato finale. Si sente come chi ha vinto due volte?

Per me è un motivo di grande orgoglio aver vinto un campionato difficile con una condotta non trasparente, ma di più. A Caserta abbiamo incassato una sconfitta pesante con il gol di un calciatore pagato dal Lecce, Turchetta: credo che sia un fatto emblematico di come questa società sia stata rispettosa di tutte le regole, anche a costo di fare la figura degli stupidi.

Cosa significa economicamente il salto in serie B?

In questi due anni e mezzo di nostra gestione ogni sei mesi abbiamo ripianato una perdita, anche nel rispetto dei tempi che la legge impone. Questo ha consentito di azzerare le poste passive e dunque di andare in serie B in una condizione economica serena. La cadetteria implica certamente altri introiti, con la prospettiva almeno teorica di non dover ripianare, ma anche costi superiori. Il sostegno dei soci è comunque imprescindibile.

Tra le tante cose che sono state dette e scritte gliene cito due: secondo la prima in realtà la società non voleva andare in serie B perché non ne aveva la capacità economica. La seconda consisteva nella convinzione che la cordata da lei composta si sarebbe sciolta in caso di permanenza in Lega Pro.

Riguardo alla prima si tratta di un ragionamento demenziale perché se uno non vuole lottare per la promozione, fa un campionato di media classifica e non impegnai svariati milioni: ricordo che noi abbiamo fatto una rosa di 24 calciatori di prima fascia, acquisendo anche una serie di cartellini a titolo oneroso, sono operazioni che fanno in pochi in quella categoria. La seconda rappresenta l’eccesso opposto. In ogni caso saremmo ripartiti, magari con un budget ridotto ma comunque da Lecce. Certo sarebbe stato faticoso, non solo economicamente, ma anche mentalmente, per tutti quanti noi. Ma a riprova della nostra determinazione valga il fatto che avevamo contrattualizzato tutti, dal tecnico al direttore sportivo passando per i calciatori, per più anni.

Le notti insonni che lei ha passato sono certamente di più di quelle che uno si può immaginare da fuori. Notti di riflessioni, soprattutto. Qual è l’insegnamento che si porta dietro dopo quest’anno?

È vero, alcune notti si è dormito poco. Io fra l’altro per cinque giorni a settimana sono a Roma per lavorare su cose che mi generano altre tensioni e preoccupazioni e la somma non è stata facile da gestire. L’insegnamento è che uno deve portare con sé i propri valori in qualunque cosa faccia: io ho voluto affrontare così come vivo, in maniera trasparente, un mondo dove spesso certe caratteristiche diventano dei limiti. Certe volte ho pensato che non fosse possibile vincere in Lega Pro con una certa condotta. Ma non mi è mai piaciuto essere scaltro, disinvolto. Salendo di categoria aumenta anche la qualità degli attori e interlocutori e questo mi tranquillizza abbastanza.

La preoccupa invece la questione stadio, con la sua capienza limitata per criticità dovute alla scarsa manutenzione negli anni?

È un problema, non gravissimo ma destinato a diventarlo: non possiamo pensare di andare avanti con interventi tampone, ora dell’amministrazione, ora del club. Ci vuole un intervento radicale o sulla struttura attuale o su una nuova, ma attraverso un percorso che va costruito nel tempo, per esempio con un project financing.

Torniamo al calcio giocato. Quanto è importante la Supercoppa per lei? A Monopoli, nel post partita, Liverani ha detto che i calciatori si erano giocati il bonus promozione.

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Io ci tengo perché è una competizione ufficiale. Non mi è piaciuto affatto perdere con quel punteggio, anche se non contava nulla e venivamo da una settimana di festeggiamenti senza nemmeno ritiro prima della partita. È chiaro che ora si ripristinano i ritmi e le abitudini ordinarie per provare a mettere un altro trofeo in bacheca.

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