Il poliziotto ligio, l’uomo dal grande cuore: omaggio a Pantaleo Nicolì

In pensione dopo oltre trent'anni, negli ultimi aveva guidato il commissariato di Nardò. Esempio di professionalità e carica umana

Il vicequestore Pantaleo Nicolì.

Ci abbiamo scherzato su, in una lunga, interminabile chiacchierata telefonica, infarcita di spezzoni d’intraducibile dialetto salentino e condita da arguzie, con qualche termine sopra le righe. Fra uomini funziona così. Credo però che in cuor suo fosse, in qualche modo, non dico turbato, perché alla sua età e con quella sfilza di ruoli alle spalle, dopo averne viste tante, è davvero difficile turbarsi. Ma, comunque, dispiaciuto. Il destino ha in serbo sempre qualche strana freccia nella sua faretra. E l’ha fatta scoccare ieri, quando Nicolì è andato in pensione. Proprio un bel pesce d'aprile.

Uno ci pensa sempre a quel momento, quando dovrà uscire di scena dopo oltre trent’anni di più che onorato servizio. Dopo aver risolto indagini complesse su e giù per l’Italia, ammanettato rapinatori, ladri e assassini, aver sfidato lo sguardo sprezzante di affiliati alla Scu, magari non il tappeto rosso e gli applausi a scena aperta, ma, nemmeno, buon Dio, l’arido deserto del mondo sottochiave ai tempi del coronavirus. Dove pure la stretta di mano è vietata da un sovraccarico di decreti.

Insomma, c’è modo e modo di appendere la divisa al chiodo. E il vicequestore Pantaleo Nicolì (Leo per gli amici), dirigente di polizia preparato e di solida esperienza, ma, prima di tutto, marito e padre, e persona dalle profonde e preziose doti umane, meritava un saluto a parte. Vero. Sincero.

Non ricordo bene la prima volta che parlai con lui. Forse quando dirigeva il commissariato di Gallipoli, ed era già a un buon punto della sua carriera: funzionario della sezione volanti a Genova, sezione informativa della Digos sempre nel capoluogo ligure, commissariato di Sestri Ponente, a capo delle volanti di Brindisi, istitutore e dirigente del reparto prevenzione crimine a Lecce. Io, invece, ancora annaspavo con questa creatura che si chiama LeccePrima.

Una su tutte, per spiegare. E’ stato fra coloro che hanno portato avanti le indagini, con la squadra mobile, sull’efferato omicidio di Nino “Bomba” eseguito da un sicario per conto del fratello Rosario Pompeo Padovano, quando gli attriti nel clan si erano fatti incolmabili. Per chi fosse a digiuno di cronistoria locale, cercare i vecchi articoli. In realtà, gli artigli di Leo sono in tante storie, ma una cosa mi ha sempre colpito: “Non mettere il mio nome”. L’ho sempre interpretato come segno di umiltà e amore per la squadra. Il lavoro è del gruppo.

Di sicuro, sono cresciuto non sentendolo, ma ascoltandolo. E c’è una differenza, nemmeno tanto sottile, fra i due verbi. Ascoltandolo, sì, ogni giorno o quasi, per oltre un decennio. Una voce sempre più frequente nel microfono del cellulare, fino a diventare sinceramente amica e rassicurante, quando, tempo dopo, è andato a dirigere un altro importante commissariato, quello di Nardò.

Io ero cresciuto, nel frattempo, con tutto il giornale, e quella voce era sempre lì, quotidiana. Andando oltre la fonte precisa, sempre attendibile e puntuale da cui trarre spunti e dettagli per un articolo, o alla quale chiedere un chiarimento su un particolare sfuggente in un comunicato. Diventando la voce di un vero e proprio confidente con il quale spaziare su ogni fronte. Filosofia, religione, politica. Fino al consiglio di natura personale. Fino alla confidenza sui propri problemi quotidiani, sul lavoro, in famiglia.

Risate, a volte, riflessioni, tante. Per esempio, sulla necessità d'informare, bene, il territorio, senza mai nascondere nulla, ma senza nemmeno gonfiare i casi. E sul rispetto che ci deve essere, ognuno nel proprio ruolo.  

Mi sono accorto, a un certo punto del mio percorso, quello di chi ha perso un padre troppo presto, ancora molto giovane, che Leo Nicolì era diventato una figura in grado di colmare alcune mie ansie, fornirmi suggerimenti importanti persino oltre la soglia dei 40 anni, passando dal solleticare la curiosità, con la sua infinita aneddotica e le freddure dal taglio inglese, per arrivare a coinvolgermi (o viceversa) in discorsi più profondi. Una figura quasi paterna, sì.

Leo Nicolì, originario del basso Salento e quindi, per forza di cose, innamorato del mare prima ancora che Camilleri inventasse Montalbano, ligio al dovere e inappuntabile, il suo cane ad abbaiare in sottofondo durante le spiegazioni su quell’arresto o quel furto, sempre così sincero, aperto, comprensivo, è una di quelle persone che si spera sempre d’incrociare nella vita.

Io l’ho incrociato, per puro caso, facendo il giornalista. Mi sento fortunato. E lo abbraccio, con affetto. Merita ora di riporre le armi e dedicare più tempo alla sua famiglia, anche se non potrà fare, per il momento, lunghe passeggiate in riva al mare e dovrà pure presentare l’autocertificazione per la spesa. Ironia della sorte.

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Ma la nostra famosa cena, già rinviata da mesi, dovrà solo attendere un altro po’. Passerà il tempo del Covid-19, rimarrà la stima. 

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