Il M5S prova a rompere l'assedio sul gasdotto: "Il martirio non ha i nostri nomi e cognomi"

La deputata neretina Alemanno prova a rilanciare la patata bollente nel campo di chi votò per la ratifica del trattato trilaterale. Nell'accordo l'ipotesi di recesso solo con il consenso di tutte le parti e il rimando alla diplomazia per ogni controversia

Un manifestante domenica scorsa a San Foca.

LECCE – Nella controffensiva del M5S assediato dalle critiche e dagli attacchi dopo il via libera definitivo per la realizzazione del gasdotto Tap, la deputata neretina Soave Alemanno si schiera in prima linea.

“È arrivato il momento di rompere il silenzio – scrive in un comunicato -. Lo faccio a testa alta e da No Tap tuttora convintamente contraria all’opera. In questi giorni a San Foca le manifestazioni di rabbia sono state molto aspre. Abbiamo visto bruciare le bandiere del MoVimento, un manifesto con le nostre foto, volare brandelli di schede elettorali. Tutto questo mi ha fatto molto male”.

"Non ci dimetteremo: coscienza pulita"

Alemanno chiarisce subito che la delegazione parlamentare del M5S non pensa minimamente di rassegnare le dimissioni. “E il motivo è semplice – dice -: non abbiamo nulla da nascondere, perché siamo certi di non aver lasciato nulla di intentato”. La deputata, alla prima esperienza in Parlamento, richiama l’incontro con il premier Conte, all’inizio dell’estate: “Abbiamo rappresentato l’impegno assunto con gli elettori. Il problema palesato sin da subito dal Presidente del Consiglio è stato chiaro: si tratta di un’opera infrastrutturale deliberata dai governi precedenti, ormai in fase avanzata di realizzazione. Non ci siamo dati per vinti. Sono stati riesaminati tutti i procedimenti autorizzativi e le varie deliberazioni sin qui adottate, in modo da far risaltare eventuali profili di illegittimità

Alemanno rimanda dunque il pallone nella metà campo avversaria: “Avremmo voluto portare indietro la macchina del tempo, esattamente nel 2013, cinque anni fa. Quell’accordo intergovernativo tra Italia, Albania e Grecia, che oggi sancisce il destino di questa popolazione, con noi al Governo non sarebbe mai stato siglato. Adesso non possiamo che guardare avanti, con un’attenzione particolare verso un territorio ferito. Come lo stesso premier ha rimarcato, il governo offrirà tutto il suo sostegno alla comunità locale. Ce l’abbiamo messa tutta, questa ferita ce la porteremo dietro. Qualcuno più di altri. Il martirio della mia terra, del mio Salento, ha nomi e cognomi ma non sono i nostri”.

A beneficio dei lettori, riproponiamo il trattato ratificato il 5 dicembre del 2013. L'articolo 12 dice che nessuna parte può modificare, limitare l’accordo o recedere da esso senza il consenso di ciascuna delle altre parti. Appare chiaro dunque che qualsiasi tentativo di smarcamento dell'Italia dall'operazione non poteva che passare da un'azione diplomatica con Grecia, Albania e Tap (come previsto dal successivo articolo). Del resto proprio al piano delle relazioni internazionali aveva fatto riferimento Barbara Lezzi, oggi ministro, proprio nel corso di un intervento a Melendugno nella scorsa campagna elettorale nel quale promise, in caso di vittoria, l'espletamento di ogni azione possibile.

Leggi il trattato_Tap

Una strada era dunque possibile e che fosse dolorosa da percorrere lo si sapeva. La vera domanda è dunque: c'è stato davvero il tentativo di intraprenderla? C'è stata la volontà politica di andare fino in fondo, al netto del rischio di risarcimento danni per i costi intanto sostenuti, il lucro cessante e il danno emergente? Con tutta evidenza, la risposta è no e il premier Conte lo ha pure fatto comprendere con il riferimento alla stima fatta dal governo. La previsione di costi molti alti ha dunque trasformato le promesse elettorali - da quelle azzardate dello stop in quindici giorni a quelle più prudenti - in promesse mancate. E per i parlamentari salentini del M5S sono iniziati i problemi.

Il meetup di Melendugno e Borgagne: “Tradimento”

Nemmeno per i militanti pentastellati di Melendugno e Borgagne è un buon momento. Dopo aver già preso posizione sollecitando i parlamentari a fermare la realizzazione del gasdotto, oggi si dicono “sconcertati e delusi dalla posizione del governo e da chi non ha mantenuto la parola e le promesse fatte in campagna elettorale; in questo modo i nostri rappresentanti tradiscono il meetup locale e gli elettori che hanno creduto nel M5S”.

Non c’è stata la volontà politica di imporsi, dicono e puntano il dito soprattutto contro Barbara Lezzi: “Maggiori responsabilità, invece, avrà nei confronti dei nostri concittadini e delle nuove generazioni, dal punto di vista sanitario ed ambientale, chi, all’interno del governo, non ha fatto abbastanza per contrastare l’opera. Avrà un peso enorme sulla coscienza. Ribadiamo la nostra delusione nei confronti, soprattutto, del ministro Lezzi, per la quale noi del meetup locale ci siamo esposti moltissimo in funzione della battaglia contro la Tap, non rapportandosi con noi attivisti del territorio”.

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