"Notre-Dame è il nostro cuore pulsante". A Parigi con salde radici leccesi

Angelo Laudisa è un produttore cinematografico. Vive nella capitale francese da 24 anni, ma torna nel Salento ogni volta che può: "Da questo disastro la Francia ne uscirà più compatta, ne sono certo"

Un cittadino guarda sconsolato la cattedrale di Notre-Dame (Ansa).

LECCE –  Angelo Laudisa, è nato a Lecce nel 1964 e da 24 anni vive a Parigi dove fa il produttore cinematografico. Quando usa la prima persona plurale, il "noi", può indistintamente riferirsi all’Italia, alla Francia, a Lecce, a Parigi, all’Europa.

“Mi sento molto legato alle mie origini – mi spiega al telefono dalla capitale francese -. Come gli ulivi, noi leccesi, noi pugliesi, abbiamo radici molto lunghe: ecco, il fatto di vivere a Parigi non mi ha mai tolto nulla della mia storia. Io qui voto per scegliere il sindaco sin dal 2001, sono stato anche candidato nel 2007. Parigi permette a tutti di portare il proprio contributo”. Non meraviglia affatto, dunque, che il rogo che ha seriamente danneggiato la cattedrale di Notre-Dame lo abbia colpito profondamente, anzi, lasciato attonito: “Per me è come se fosse successo al Duomo di Lecce o a quello di Milano, le città dove sono cresciuto”, mi dice al telefono da Parigi, dove l’ho raggiunto telefonicamente tra un appuntamento e l’altro.

Il legame con la terra d’origine, Angelo lo coltiva con costanza: nel Salento, infatti, torna ogni volta che può. Nella foto, sotto, è alla processione di Sant'Oronzo, nell'agosto scorso. A Lecce ha anche sposato la giornalista francese Frederique Maillard e organizza da oramai quattro anni il Festival del Cinema Francese con ospiti di altissimo livello (a proposito, prossima edizione dal 10 al 14 luglio). Dalla sua amicizia con Alessandro Valenti, regista e sceneggiatore, è nato un vero e proprio sodalizio che, proprio in queste settimane, li ha visti protagonisti di un sopralluogo in Senegal, in vista di un lungometraggio. Ha fatto appena in tempo a rientrare dall’Africa che si è trovato davanti a qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato: il disastro che ha colpito un luogo simbolo dell’Occidente.

Conosciamo Notre-Dame come uno dei simboli universali della cristianità. Ma cosa rappresenta la cattedrale per un parigino?

Al di là del valore religioso, per noi parigini è il cuore pulsante della città. Ci passi quasi ogni giorno, in fondo il nucleo urbano è di circa due milioni di abitanti. Guardi sempre in direzione della cattedrale, così come guardi verso la Torre Eiffel: sono lo yin e lo yang, gli elementi che ti danno equilibrio.

Ricordi la prima volta in cui sei entrato nella cattedrale? Che cosa hai provato?

Avevo 18 anni, era il primo viaggio a Parigi. Noi italiani siamo abituati alle chiese, alla loro bellezza e magnificenza, ma Notre Dame ha qualcosa di speciale: come disse una volta l’arcivescovo di Parigi, ci entri come visitatore e ne esci pellegrino. Mi ricordo che in quella circostanza, era come adesso il periodo di Pasqua, c’era così tanta gente che dentro mancava lo spazio per tutti. Per me poi, che sono cinefilo da sempre, Notre-Dame è una specie di sogno. Ieri ho appreso dell’incendio mentre andavo al concerto di Ludovico Einaudi: ho ripensato a tutte le volte che ci sono entrato. Insomma, lì si sono sposati i re di Francia, è un posto mitico. Mio figlio, che è nato qui, ma vive a Milano, mi ha telefonato per chiedermi di andare davanti alla cattedrale. So per certo che ogni parigino lo farà.

Il disastro è inevitabilmente diventato un evento: in decine di migliaia accalcati sulle rive della Senna, in milioni incollati alla tv o agli smartphone. È un atteggiamento di empatia, di solidarietà o c’è del voyeurismo in tutto ciò?

Non si può evitare questo aspetto ossessivo, ma nella maggior parte dei casi è una sincera immedesimazione: ho molti amici che abitano nei dintorni e che sono stati fino a notte tarda, fino a che l’incendio non è stato domato. I parigini sono molto reattivi, non a caso sono stati veri rivoluzionari.

angelolaudisa2018-2Questo incendio, devastante tanto nella sua portata materiale che in quella simbolica, che conseguenze può avere nel cuore di un paese logorato dalle proteste che si sono protratte per mesi e piuttosto agitato in vista delle elezioni europee?

Lo ricompatterà perché quello francese è un popolo che sa stare unito. Questo mi ha insegnato il fatto di vivere qui: i francesi hanno un valore sopra ogni cosa, il repubblicanesimo. Ho letto post di persone, anche molto lontane politicamente da Macron, che si sono schierate compatte con il presidente. Ieri ha saputo interpretare al meglio il suo ruolo. Abbiamo già prove tangibili che questa tragedia sta cementando il Paese: le famiglie del lusso, i Pinault e gli Arnault, che tra loro si detestano, hanno stanziato centinaia di milioni di euro. I proprietari delle foreste di vari dipartimenti stanno mettendo a disposizione gratuitamente il loro legno. C’è e ci sarà una straordinaria gara di solidarietà, di corsa alla ricostruzione. Ho ricevuto decine di messaggi da tutto il mondo, da amici che si sono stretti attorno a noi.

Charlie Hebdo, dopo non aver fatto sconti a nessuna tragedia degli ultimi anni, non ha risparmiato nemmeno Notre Dame quando ancora gli ultimi focolai dovevano essere ancora domati. Come si percepisce lì da voi questo tipo di satira?

I francesi sono dissacranti, quello che la gente non riesce a capire è che qui non c’è il delitto di blasfemia. Io sono cattolico, anche se non praticante e devo dire che ci sono state certe uscite del settimanale che mi hanno fatto arrossire, imbarazzare: con il sesso, per esempio, i francesi hanno un rapporto molto disinvolto. Ma so che dietro non dietro non c’è una cattiveria, la volontà di colpire in maniera generalizzata, ma solo quelli che si ritengono i veri “cattivi”. In fondo dietro a ogni testo, a ogni vignetta c’è un disegno politico: per questo non mi offendo oggi né mi sono offeso per la vignetta su Amatrice. Ovviamente ci sono gli integralisti cattolici, ma sono davvero una minoranza. Dopo l’eccidio nella redazione, il motto Je suis Charlie Hebdo era davvero nel cuore dei francesi, perché è il loro modo di essere anche quando si scambiano colpi terribili. La differenza con l’Italia, dove la satira è generalmente compiacente, è evidente. Ricordo che una volta il caporedattore di Liberation, in un articolo sulla stagione cinematografica francese, espresse un giudizio molto positivo perché Claude Lelouch – un mostro sacro qui – non aveva fatto film. Scrisse proprio così. Di contro ricordo anche che durante Tangentopoli venne eliminata una vignetta di Cuore che diceva a proposito del suicidio di un esponente socialista: Anche il fucile era rubato. Non uscì mai. Ecco qui la differenza”.

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