Università, femminile ma solo nel nome: gli uomini dominano l'accademia

L'ateneo leccese conferma ed esaspera il modello che si è consolidato a livello nazionale: le donne sono quasi del tutto escluse dalle posizioni apicali. Solo nella fascia dei ricercatori il rapporto si equivale

Il chiostro del rettorato di Unisalento.

LECCE – Università si declina al femminile solo come sostantivo e quella del Salento non fa certo eccezione: tra docenti di prima e seconda fascia e ricercatori a tempo indeterminato, le donne nell’ateneo leccese sono appena 211, il 37 per cento del totale.

Dei 140 ordinari, solo 24 sono le donne, pari al 18 percento; tra gli associati sono 82, il 35 percento. Il tasso aumenta fino a diventare maggioritario man mano che si scende lungo la piramide accademica, fino ai dottorandi e ai laureati. Nella categoria dei ricercatori si ha una rapporto di parità: 106 uomini e 105 donne. Questa fascia, dunque, è quella che fa da filtro, dove si inizia a dare una prospettiva alle figure della docenza (I dati, aggiornati al 31 dicembre del 2017, sono stati forniti da Marisa Forcina, associata di Storia delle Dottrine Politiche e, dal 2001, delegata alle Pari Opportunità).

Detto altrimenti, più si va verso posizioni apicali, più il sistema accademico si presenta come terreno quasi esclusivo degli uomini. Non è un caso, del resto, che tra i quattro candidati alla carica di rettore, nella recente tornata elettorale, non ci fosse nemmeno una donna. La questione, in realtà annosa, è stata riproposta con un post dalla professoressa Terri Mannarini che insegna Psicologia sociale. La docente ha approfondito l'analisi a livello dipartimentale e dalla lettura dei dati che ha raccolto emerge un'ulteriore considerazione: gli ordinari, sul totale del corpo docente, sono nel migliore dai casi vicini a un quarto, come nel caso di Scienze Giuridiche; in questa élite la presenza femminile è quasi sempre simbolica: "I numeri, non diversamente che in passato, mettono in luce una disparità di genere così marcata e macroscopica che è sorprendente che il tema non sia mai nell'agenda della governance universitaria. La situazione rispecchia quella di altri settori della società italiana, ma è ancor più grave in un'istituzione che forma le nuove generazioni e che vive di ricerca scientifica. Manca tra i colleghi uomini una sensibilità e un'attenzione al riequilibrio di genere, per questa ragione è fondamentale che ci siano colleghe donne che rivestono incarichi gestionali e di governance. Servono non solo come modelli di ruolo alternativi a quelli tradizionali, dei quali c'è un grande bisogno per contrastare gli stereotipi, ma perché riescono a trascinare con sè altre donne, con questo aumentando significativamente la loro presenza e il loro contributo. Quando gli incarichi sono coperti da uomini, questo non accade, o accade solo in misura irrilevante".

Il tema della governance, del resto, è molto attuale: il neo rettore, Fabio Pollice, è al lavoro per formare la squadra che guiderà l'ateneo fino al 2025. Ci saranno dei segnali chiari per quanto riguarda la presenza femminile, del resto lo aveva già dichiarato, da candidato, in campagna elettorale: "Non potrei fare diversamente. -  esordisce così, raggiunto telefonicamente -. Ho messo questo come uno dei punti qualificanti del mio programma. Stiamo cominciando a ragionare sulle iniziative concrete che prenderanno forma quando assumerò ufficialmente l'incarico, a novembre. Accanto al fenomeno emergente, quello che viene fuori dai numeri, vi è quello latente che consiste nella sottovalutazione della componente femminile, del potenziale può esprimere. Nemmeno noi siamo pienamente coscienti di questo, è come se non ne cogliessimo l'importanza. Per me, nella scelta dei delegati, saranno fondamentali le competenze e anche la disponibilità che troverò: i miei delegati avranno un mandato pieno, come me vivranno in funzione dell'università a scapito di altri aspetti della vita. Intanto mi auguro che Francesca Manolita, direttrice del Dipartimento di Studi giuridici, accetti di essere il pro rettore: ha una competenza complementare alla mia con la quale potrà accompagnari nel mandato, con capacità di giudizio autonoma".

Che si tratti di un problema "culturale", praticamente congenito lo conferma Alessandra Beccarisi, docente di Storia della Filosofia medievale: "L'indice europeo dell'uguaglianza di genere (Gender Equality Index 2017) dimostra che nonostante il miglioramento dei risultati scolastici, la segregazione di genere persiste. La segregazione delle scelte educative porta ad ulteriori divisioni di genere nel mercato del lavoro e rafforza la sottovalutazione del lavoro, delle capacità e delle competenze tradizionalmente attribuite alle donne. Quello che preoccupa nei dati però non è tanto quello che palesemente mostrano, quanto il fatto che nella nostra università non vi sono politiche che aiutino a superare questo gap, perché di fatto le figure che contano e che possono incidere sulle scelte di governo sono i direttori di dipartimento e i rettori, che possono essere scelti solo tra gli ordinari, con un effetto a catena del tutto prevedibile e difficilmente modificabile senza decisioni politiche consapevoli. Un associato può diventare direttore del dipartimento solo se non ci sono ordinari disponibili".

Anche laddove si aprono varchi, il sistema sembra concepito per un uso intensivo della docente:"Esempio tipico - prosegue la filosofa - è la funzione di presidente (o coordinatore) di corso di laurea, un tempo quasi esclusivo appannaggio maschile. Io per esempio sono stata la prima presidente del corso di laurea in Filosofia ed è stato possibile solo perché l'incarico è aperto anche agli associati. È vero pure che, in perfetta linea con quanto detto sopra, anche il ruolo di presidente si sta 'femminilizzando', nel senso che è molto faticoso, di gestione più che di governo, e dunque meno appetibile di quanto sembra".

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