C'era una volta il Lecce. In attesa del finale, un torneo che è già una favola

A sei partite dalla fine del campionato i giallorossi si ritrovano in testa, dove nessuno avrebbe mai immaginato. Il valore aggiunto di Fabio Liverani e la programmazione del club hanno fatto la differenza

Saverio Sticchi Damiani con Silvia e Dario Carofalo.

LECCE - Quando, tra cinque settimane, il campionato sarà finito, non mancheranno i modi per ripercorrere l’imprevedibile stagione che il Lecce sta regalando ai propri tifosi. Oggi che il finale è ancora da scrivere, si può però raccontare tutto il resto, perché, comunque vada, la stagione in corso sarà sempre bella da ricordare.

C’era una volta un gruppo di persone che, fidandosi di un giovane amico, serio e stimato professionista, decisero di mettere mano al portafoglio per acquistare il pacchetto di azioni dell’Us Lecce, squadra per la quale hanno sempre tifato e percorso migliaia di chilometri in giro per l’Italia, fermandosi negli autogrill a mangiare la "Rustichella", come fanno tutti i comuni mortali.

Il 23 giugno del 2015, quando nella sala stampa del Via del Mare, aè avvenuto il passaggio di consegne dalla famiglia Tesoro, le parole d’ordine di Saverio Sticchi Damiani sono state “passione, solidità, serietà”. Quello che apparve con un doveroso slogan è invece nei fatti diventato una sorta di manifesto ideologico. Con Sticchi, dal primo momento, c’è stato Corrado Liguori. Nel corso del tempo, e dopo varie modifiche nell'assetto del consiglio di amministrazione, sono arrivati poi nella cordata altri imprenditori leccesi, da Alessandro Adamo a Silvia e Dario Carofalo, oltre a un azionista di maggioranza, René De Picciotto, con il cuore oramai ben piantato in Puglia.

La squadra, allora, veniva dalla terza stagione in Lega Pro: tre allenatori si erano avvicendati in panchina – Lerda, Pagliari e Bollini – e l’obiettivo play off era stato mancato. L’umore dell’ambiente era sotto le scarpe, c’era aria di dismissione. Lentamente, e per approssimazioni successive, il progetto della rifondazione è però avanzato. Intanto bisognava mettere a posto il bilancio, renderlo sostenibile in un campionato gravato solo dai costi e, nel contempo, creare le basi tecniche per un torneo di vertice. Ci vorranno tre tornei per ritrovare la cadetteria: l’obiettivo, finalmente, viene centrato da Fabio Liverani, ultimo di tredici tecnici che si sono avvicendati in panchina, al termine di un campionato che, il 31 marzo scorso, stava per sfuggire di mano.

Il Lecce, quel giorno, non andò oltre il pareggio contro il Siracusa mentre il Catania e il Trapani, entrambe con una partita in meno, si portarono minacciosamente a due punti dai giallorossi. Nel primo anno di Lega Pro il Lecce aveva dilapidato un vantaggio ben più consistente, figurarsi che ansia con le inseguitrici sul collo. Sticchi Damiani e Liverani, a fine gara, si ritrovarono davanti, per la prima volta, una contestazione forte ma contenuta nei modi.  Le cose, per fortuna, si sono rimesse sul binario giusto e il 23 aprile, quando il Trapani vince proprio a Catania, la sensazione netta è che contro la Paganese per il Lecce sarebbe stata solo una passerella di festeggiamento. Così è stato per la fine di un incubo, lungo e lacerante.

Nemmeno il tempo di godersi il meritato riposto che il direttore sportivo Mauro Meluso e il tecnico romano ripartono da una premessa  chiaranell’allestimento della squadra: la rivoluzione, tecnica e anagrafica. Il tasso qualitativo va elevato, e di molto, bisogna anche metterci più gamba. Alla chiusura del calciomercato, dei protagonisti della promozione restano in pochi e l’unico titolare inamovibile è Mancosu. Il pubblico, intanto, fa in pieno la sua parte: il Via del Mare è da subito uno degli stadi più frequentati della B e dovunque il Lecce giochi in trasferta l’apporto della sua tifoseria al botteghino risulta sempre significativo (salvo quando ci sono limitazioni di ordine pubblico).

La squadra, già nell’esordio a Benevento (3 a 3), non si perde in chiacchiere e dimostra di avere una filosofia di gioco definita, poi fa un bel colpo a Verona e manda un primo vero segnale al campionato: col tempo il Lecce diventa una sorta di orchestra che esegue una sinfonia sempre più raffinata. Ben presto è indicata come la squadra rivelazione della serie B, ma le attestazioni di stima si tramutano in meraviglia, se non in incredulità, quando i giallorossi iniziano ad avvicinarsi al Palermo e, soprattutto, al Brescia, che per tutti gli addetti ai lavori dovrebbe fare un campionato a parte.

La striscia appena conclusa di tre partite consecutive in casa – tra cui quella di recupero con l’Ascoli – hanno regalato nove punti e dodici gol, a fronte di uno solo incassato, il sorpasso al Palermo, oggi dietro di quattro lunghezze e l’aggancio al Brescia. Rosanero e lombardi hanno una gara in meno, ma a sei giornate dalla fine il Lecce è padrone del suo destino perché nell’ascensore che sale direttamente in serie A c’è posto per due squadre.

Nell’attesa dell’epilogo, dunque, c’è un presente che parla di entusiasmo, certo, di sogni, ma quella del Lecce è soprattutto una storia di riscatto, di sana ambizione e di lavoro: lo dice la sparabola di Lucioni, fermato per oltre un anno in una vicenda di doping di cui è stato protagonista suo malgrado, ma anche quella di Calderoni che a 30 anni corre come un matto dopo una carriera da gregario. E che dire di Mancosu, che con Liverani germoglia come un talento assoluto sebbene prossimo ai 31 anni? Oppure di Meccariello, Falco e La Mantia, nel pieno della maturità calcistica, ma senza ancora la piena consapevolezza del proprio potenziale? E la rinascita di Tabanelli, talento sulla carta di identità ma divenuto un oggetto misterioso anche per colpa di un grave infortunio che aveva minato le sue convinzioni, come si spiega?

Poi ci sono Petriccione, Venuti, Palombi, ragazzi, o poco più, con un futuro molto promettente davanti. Giovani anagraficamente sì, ma già ben indirizzati verso quella serietà professionale che molto spesso fa la differenza. Insomma, dell’organico allestito in estate, l’unico “vincente” è Scavone, protagonista dalla promozione con il Parma. Per tutti Fabio Liverani è stato un detonatore e un demiurgo: ha applicato la meritocrazia, ha fatto scelte anche impopolari ma, soprattutto, ha persuaso i suoi che solo attraverso il suo gioco, assai faticoso da praticare, il Lecce avrebbe potuto alzare l’asticella delle ambizioni. La società lo ha assecondato in tutto e per tutto, nei limiti delle possibilità, mettendogli a disposizione a gennaio anche un vero direttore d’orchestra come Tacthsidis, uno che quando trotterella in mezzo al campo sembra promanare un’autorevolezza che intimorisce gli avversari e dà sicurezza ai compagni.

Il merito dei dirigenti - e di tutte le figure che compongono l’organigramma societario - è quello di non aver lasciato nulla al caso: attenti alle esigenze della tifoseria, meticolosi nella programmazione, accurati nei toni pubblici. Ognuno svolge il suo ruolo. Ognuno ci mette il cuore oltre che le competenze. Per guardare in alto senza rischiare di perdere l’equilibrio, del resto, è sempre meglio avere bene i piedi piantati per terra. L'importanza dell'equilibrio tra entusiasmo e maturità, che è il mantra che Liverani dal giorno del suo insediamento, oramai appare ben chiaro ai tifosi: per la trasferta di Cremona, domenica, sono stati già staccati mille e 600 biglietti per il settore ospiti (dato aggiornato alle 15.30). Ne restano ancora mille e 300 e probabilmente andranno a ruba. 

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