"A kind of Blue" sulla maratona di Londra

Martin Lel, keniota, ha percorso i 42 chilometri della XXVI edizione della maratona di Londra, vincendola in 2 ore 7 minuti e 41 secondi. Niente di strano: i kenioti hanno la corsa nel sangue

Avevo letto recentemente di una bambina di sette anni proveniente da un villaggio del Kenya, sul fianco dell'Africa centrale bagnato dall'Oceano Indiano. Per andare a scuola era costretta a farsi dieci chilometri a piedi e per giunta senza scarpe e poi, naturalmente, dieci per tornare a casa. Un'infanzia passata a lavorare nei campi e ad accudire i più piccoli dei suoi 24 fratelli nati da cinque madri diverse.

Quel giorno io capii perché i Kenioti sono dei campioni nell'atletica leggera e perché stravincono nelle maratone. Di conseguenza nessuna sorpresa quando domenica scorsa Martin Lel, keniota, ha percorso i 42 chilometri della XXVI edizione della maratona di Londra, vincendola in 2 ore 7 minuti e 41 secondi; 6 secondi in più rispetto al suo precedente risultato. Quello che lo aveva visto vincere nella terz'ultima edizione della gara londinese. Per la cronaca, la gara femminile invece è stata vinta da un'atleta cinese, Zhou Chunxiu, in 2 ore 20 minuti e 38 secondi. Londra ha portato a termine con successo l'evento, accompagnata da un sole caldo e luminoso.

Il cielo azzurro, un tipo di blù che rende felici e fa sorridere gli occhi. Un tipo di blù diverso dal solito. Diverso da quel blù di dentro che ci arriva, per esempio, di domenica sera e che ci ricorda che l'indomani è di nuovo lunedì. Ricordo il malessere che mi prendeva in certe domeniche di pomeriggio quando capivo che non c'era più tempo per rimandare i compiti della scuola, eppure l'indomani non avevo 10 chilometri da percorrere a piedi.

A ciascuno il suo blù.

C'è anche chi con il suo tipo di blù ha fatto ricominciare la storia della musica. E in questo caso sarebbe più esatto dire che "A kind of Blue", l'album di Miles Davis ha fatto rivedere una serie di certezze musicali ripartendo dalla fine degli anni ‘50.
Sto giocando con questa storia del blù perché venerdì scorso sono stata invitata ad un concerto dedicato al disco epico di Davis. Volendo potreste cliccare su http://www.youtube.com/watch?v=P4TbrgIdm0E sottofondo blù in bianco e nero.

La band costituita da sei elementi è stata formata negli ultimi mesi da Gabriel Faja, un giovane pianista italiano-palermitano, di madre inglese, e che vive a Londra da otto anni. Nasce proprio con l'intenzione di portare in giro in tributo i brani contenuti nel disco più volte citato.

Il concerto si è tenuto nella Chiesa di Saint James, a Piccadilly Street, sulla Piccadilly Line della Metropolitana, quella blù, senza farlo apposta. Nathan Hassal al sax tenore, Jeff Darrohn al contralto, Rory Dempsey al basso, Matt French alla batteria, la tromba di Pip Eastop. L'atmosfera perfetta della chiesa anglicana di San Giacomo, costruita nel 1684, ha messo a dura prova i sentimenti.

Le fiammelle delle candele traballavano con le loro ombre sulle preghiere appuntate dalla gente sulla lavagna. Qualcuno ascolterà.

Tra giri di basso che rimettono ordine ai pensieri e riportano al tempo del musicista di colore nato alla fine degli anni venti, nell'Illinois, da genitori afroamericani. Per un pubblico in silenzio il capolavoro del jazz modale, così definito il jazz libero di improvvisare. E pensare che la madre di Miles Davis voleva imporgli lo studio del violino ed il padre, che con lei non aveva un rapporto idialliaco, per dispetto, spronò il tredicenne Miles a suonare la tromba, lo strumento che lei più detestava. La storia si scrive anche così.

E ritorna tra le vetrate enormi di una chiesa a Londra mentre sei musicisti reinterpretano le memorie di un genio. Un piano porta conforto agli umori agitati, la tromba soffia paonazza in compagnia delle anime di due sax e la cassa è accarezzata dalle spazzole, tra giri di basso leggendari che di strada da allora ne hanno fatta. Sarà per quel sangue africano che di strada tanto si intende.

Un tipo un po' matto, la mattina dopo, salutava tutti quelli seduti alle panchine di uno dei parchi della città. Ad ognuno rivolgeva la frase "The best of luck! The best of luck!". Il meglio della fortuna. E lo chiamo matto?

Intanto, la settimana parte con i festeggiamenti per il Santo Patrono del Regno Unito, San Giorgio, il Santo che ebbe la meglio sul drago. Londra a festa sventola la sua bandiera bianca con la croce rossa in mezzo, quella che si era vista tanto lo scorso anno durante i Mondiali di calcio. La Union Flag-Jack! Saint George, quindi, la giornata della rosa rossa, il fiore simbolo della Nazione adottato più di 500 anni fa in occasione della Guerra delle Rose. Lotte civili dinastiche, combattute in Inghilterra per trent'anni, tra i regnanti Lancaster ed i pretendenti Duchi di York.

Qualora ne avessero bisogno, per gli Inglesi un pretesto per bere una birra di più. San Giorgio si festeggia di 23 Aprile, data speciale da queste parti perché è il giorno in cui nacque Shakespeare ed è lo stesso in cui egli morì.

Dalla cucina, nel frattempo, è arrivato un forte aroma di origano. Sbriciolato ha il potere di ricreare il calore del Salento. Come credo d'aver già detto io me lo porto da casa. Il suo potere evocativo apre mondi di memoria. Lo avete provato mai con le "cozze piccinne rieste"? Intendo le lumachine selvatiche di campagna, per chi non lo sapesse.

Ricordo che le raccoglievo nella campagna "riesta", selvatica, da bambina e le sterpaglie calpestate mi si appiccicavano alle calze lasciando andare quell'inconfondibile profumo.

Ora potrei rispondere alla domanda di Daniele: "Dove lascio il cappello?" , se è vero che dove lo lasci lì c'è la tua casa. Il mio cappello sta nella mia memoria. Grazie per quello che dici.E ne approfitto per salutare gli amici che si sono ritrovati nella piazza dei commenti, in basso all'articolo precedente. Molto divertenti Beppe e Roberto. A proposito, Max mi sa che ti tocca almeno un giro di birre.

Vi lascio ad incominciare una nuova settimana.

Vi auguro di avere la meglio sui vostri draghi, sui mostri da affrontare quotidianamente. Ogni tanto, però, per farci forza, pensiamo che nel frattempo c'è più di un bambino che deve farsi almeno 10 chilometri a piedi per raggiungere la scuola e altrettanti per tornare indietro.
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