Affari sporchi e imprenditoria: il clan Tornese risorge e punta sulla provincia

L'operazione Labirinto ha evidenziato l'attività di due gruppi che, secondo gli inquirenti, hanno ottenuto l'investitura dei capo clan

LECCE – Le mani sulla città. Affari, estorsioni, mercato della droga e criminalità imprenditoriale: un giro vorticoso di interessi e attività illecite che sembra spostare indietro le lancette del tempo e riportare in auge uno dei clan storici della Sacra corona unita, quello dei “Tornese” di Monteroni. Se negli ultimi anni erano state alcune delle principali operazioni condotte dalle forze dell’ordine a riportare alle cronache il gruppo guidato da Mario e Angelo Tornese, ora è l’inchiesta giudiziaria denominata “Labirinto” a evidenziare il tentativo di riorganizzazione del clan attraverso due gruppi capeggiati da due storici luogotenenti dei Tornese: Vincenzo Rizzo e Saulle Politi

I blitz, i processi e le condanne degli ultimi anni hanno creato un “vuoto di potere” che il clan di Monteroni sta sfruttando per conquistare territorio e supremazia, anche nele feudo di Gallipoli, da sempre in mano agli storici alleati del clan Padovano, disarticolati dai blitz e dalle condanne (l'operazione Baia Verde).

L’operazione Rinascita aveva già delineato un primo tentativo di riorganizzazione del clan. Dopo l'arresto dei capi storici, Angelo e Mario Tornese, i nuovi boss hanno continuato a gestire con la delega dei primi e in continuità con loro, il traffico internazionale di stupefacenti e di armi, e il racket delle estorsioni. In particolare, secondo gli inquirenti, nel 2004, all'indomani della cattura di Corrado Cucurachi, arrestato dopo un periodo di latitanza, il ruolo di reggente del clan Tornese era stato rilevato da Alessandro Martino, di 36 anni, di Monteroni di Lecce, che seguiva le direttive impartite dal carcere da Angelo e Mario Tornese attraverso il figlio ventiduenne di quest'ultimo, Ivan Tornese.

Intrecci, interessi, affari illeciti (portati avanti anche grazie alla connivenza di alcune “zone grigie”), denaro investito in attività imprenditoriali, passaggi finiti in alcune informative all’attenzione della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo salentino, dove procede incessante e senza tregua l'attività investigativa guidata dal procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi.

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Commenti (4)

  • Il suo commento è fuori luogo. Nessuna tolleranza per questi reati, hanno sacrificato la propria magistrati, poliziotti e persone perbene. Se devo beccarmi “leone da tastiera” lo faccio volentieri. A proposito, vivo a Bergamo e mi chiamo Luigi, non mi nascondo dietro ad una tastiera....

  • Ma tutti questi “leoni da tastiera”, poi nella vita cosa fanno? Chi sono? Siamo proprio sicuri che nella vostra vita non ci sia niente di oscuro? Brutta razza la gente come voi...nella maggior parte dei casi predica bene ma razzola malissimo!

  • Quando spariranno per sempre questi personaggi? Ma perché non è possibile infliggergli 30 anni? quando ci libereranno da questa melma? Quando capiranno che il singolo cittadino non denuncia perché solo un pazzo o un eroe lo fa? È così difficile ipotizzare un reato che possa condannare a 30 anni chiunque chiede il pizzo, minaccia, intimidisce, si organizza in clan e vessa le persone perbene? Non c’è lavoro e allora si delinque? Bella scusa, io sono emigrato 30 anni fa, ma sarei morto di fame piuttosto che delinquere. Spero esista un Dio è un inferno per questa gente, in questa o in un’altra vita

    • E il galantumo che dice dal carcere cosa fare o non fare? Da restare basiti

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