Angioma benigno scambiato per cancro, confermata la condanna per il medico

Due anni anche in appello per Dario Muci, all'epoca oncologo presso il “Sambiasi” di Nardò. La difesa aveva invocato assoluzione o nuova perizia. La donna morta dopo inutili cure invasive

LECCE – Nessuno sconto per l’oncologo Dario Muci, in servizio presso l’ospedale “Sambiasi” di Nardò, all’epoca in cui fu sporta la denuncia. La Corte d’appello di Lecce (presidente Nicola Lariccia, consiglieri Silvana Botrugno e Francesco Aliffi) ha confermato la condanna a suo carico per omicidio colposo, nel caso che verte sulla morte di una paziente di Guagnano, Bruna Perrone. La donna si spense nel giugno del 2008, a 59 anni.

Confermata la sentenza di primo grado

Due anni con pena sospesa, dunque, per il medico che la tenne per prima in cura e che, secondo l’accusa, non riconobbe un innocuo angioma gigante scambiandolo per un tumore al fegato, sottoponendo di fatto la paziente a terapie invasive e inadeguate.

La Corte ha quindi accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Claudio Oliva, che ha invocato la conferma della condanna di primo grado emessa nel luglio del 2015, per la quale hanno insistito anche le parti civili, con gli avvocati Rocco Vincenti e Stefano Prontera.

L’appello era stato proposto per conto per Muci, unico imputato rimasto in un processo che negli anni è stato più articolato, dall’avvocato Giuseppe Bonsegna, oltre che dall’Asl di Lecce, la quale risponde per la responsabilità civile e che è difesa dall’avvocato Francesco Centonze. I legali hanno richiesto invano l’assoluzione o, in alternativa, una nuova perizia. Le motivazioni dei giudici saranno depositate entro novanta giorni.

Nella sentenza di primo grado era stato assolto un radiologo, così come altri due, in precedenza, che avevano scelto il rito abbreviato. Quella di Muci era dunque rimasta l’unica figura ancora in ballo e, di certo, il legale ricorrerà in Cassazione. Ma intanto, procura e parti civili hanno incassato il secondo successo in un processo molto particolare, visto l’argomento.

Un angioma benigno scambiato per cancro

ll caso di Bruna Perrone fu portato alla luce dai due legali della famiglia, Vincenti e Prontera, dopo che nel luglio del 2004 alla donna fu diagnosticato un cancro al fegato, senza analisi approfondite. Fu sottoposta a chemioterapia fino all’aprile del 2007. Solo allora un altro medico, eseguendo una nuova Tac, si accorse che la donna non era affetta da carcinoma, bensì da un angioma.

La conferma definitiva, grazie ad altri due esami radiologici, arrivò nel settembre 2007. Poco dopo, però, alla paziente fu diagnosticata una “citopenia del sangue periferico” causata, con ogni probabilità, dal trattamento chemioterapico, stando anche a quanto rilevato da perizie. La donna fu sottoposta a un trapianto del midollo, che non riuscì a scongiurare il decesso. In primo grado il sostituto procuratore Stefania Mininni aveva chiesto una condanna di ben tre anni. Il giudice monocratico Marcello Rizzo ne comminò due.

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