Omicidio Padovano, la Cassazione conferma l'ergastolo per il fratello

Fu Rosario Padovano il mandante dell’omicidio del fratello Salvatore , l’ex boss della Sacra assassinato il 6 settembre del 2008 a Gallipoli

LECCE – Fu Rosario Pompeo Padovano il mandante dell’omicidio del fratello Salvatore (alias Nino Bomba), l’ex boss della Sacra assassinato il 6 settembre del 2008 a Gallipoli, nei pressi della pescheria “Il Paradiso del Mare”. La Cassazione ha scritto la parola fine nella vicenda giudiziaria legata all’ultimo spietato delitto di mafia della storia recente salentina, una storia di Caino e Abele, la più tragica delle narrazioni bibliche. I giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna all’ergastolo per Padovano, ritenuto anche il mandante dell'omicidio di Carmine Greco, risalente al lontano 13 agosto 1990. Un delitto avvenuto nell’ambito della gestione del traffico di sostanze stupefacenti. Greco avrebbe “spacciato ingenti quantitativi di droga sul territorio di Gallipoli da “cane sciolto”, senza rendere conto della sua attività all’organizzazione”.

Annullata, invece, la condanna all’ergastolo per Giorgio Pianoforte, cugino dei Padovano, che secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe chiamato Salvatore fuori dalla pescheria di famiglia “dicendogli che una persona gli aveva tamponato la macchina”. In realtà, ad attenderlo vi era Carmelo Mendolia (poi divenuto collaboratore di giustizia) che l'avrebbe freddato con quattro colpi sparati con una pistola “Beretta modello 83 F”. Diversa la versione fornita da Salvatore Padovano, reo confesso dell’omicidio, per cui si sarebbe trattato soltanto di “una vicenda familiare”, in cui lui è stato il mandante e Mendolia l’esecutore materiale (condannato a 14 anni). I giudici hanno accolto il ricorso del legale di Pianoforte, l’avvocato Luigi Corvaglia, e annullato la sentenza di condanna per l’imputato, per cui sarà celebrato un nuovo processo dinanzi ai giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto. Discorso analogo per Massimiliano Scialpi per cui, come chiesto dallo stesso procuratore generale, occorrerà rideterminare la pena.

Condanna a 11 anni e otto mesi, invece, per Fabio Della Ducata (assolto in primo grado dal reato di concorso in omicidio “per non aver commesso il fatto”); e per Cosimo Cavalera; e 5 anni per il collaboratore di giustizia Giuseppe Barba.

Per l’accusa quello di Salvatore Padovano fu un delitto di mafia scaturito dai contrasti sorti tra i Padovano all’indomani della loro scarcerazione. Rosario, si legge nelle pagine degli atti, “scarcerato dal carcere di Spoleto e rientrato a Gallipoli nel settembre 2007, adottava le iniziative per assumere la direzione dell’associazione e ricostruire i rapporti con gli associati di “Gallipoli vecchia” (tra cui Massimiliano Scialpi, Giuseppe Barba, Cosimo Cavalera e Fabio Della Ducata) in chiaro contrasto con la volontà del fratello Salvatore”.

Quest’ultimo, scarcerato a sua volta nel dicembre del 2006 e rientrato nella città jonica, “aveva ripreso a tenere comportamenti da capo mafia, distribuendo consigli e suggerimenti per regolare contrasti e controversie, ed aveva – prendendo le distanze proprio da quei personaggi della “Gallipoli vecchia” perché ritenuti si scarso spessore criminale ed ancorati a vecchi schemi consortili – privilegiato lo storico collegamento con i monteronesi del clan Tornese, rinsaldando subito i rapporti con gli stessi”.

Due linee di condotta diverse, che hanno portato inevitabilmente i fratelli a scontrarsi. Rosario, in particolare, si sarebbe sentito messo da parte, “limitato nelle sue mire egemoniche” e preoccupato “per l’attenzione delle forze di polizia al territorio gallipolino, richiamata dalla condotta spavalda e prepotente del fratello”. In quest’ottica, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe scaturita la volontà di Rosario Padovano, in qualità di mandante, di far uccidere Salvatore, alias “Nino bomba”. Esecutore materiale, Mendolia, collaboratore di giustizia e già autoaccusatosi dell’omicidio.

Della Ducata gli avrebbe fornito ospitalità a Gallipoli, presso la propria abitazione, e gli avrebbe consegnato, pochi giorni dopo l’omicidio (a Casamassima, in provincia di Bari), una parte dei 10mila euro di compenso pattuito, pari a 6.770 euro.

Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Paola Scialpi, Luigi ed Alberto Corvaglia, Luigi Piccinni, Gabriele Valentini, Ivana Quarta e Angelo Ninni.

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