Cosparse il cadavere nel fusto con 100 bottiglie di acido: in arresto "U Tannatu"

Un'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata a Marco Barba, 44enne gallipolino, uno dei personaggi più noti alle cronache locali ed affiliato alla Scu

La pineta del ritrovamento della vittima

LECCE - Il modo inumano e spietato con cui Khalid Lagraidi è stato ammazzato e poi sepolto in un bidone in metallo assieme all’acido muriatico le ha causato ondate di rimorso. E’ per mezzo il rigurgito di coscienza della figlia di Marco Barba, alias “U tannatu”, se l’indagine è terminata con l’arresto del pluripregiudicato 44enne gallipolino. I carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Città Bella, coordinati dal tenente Francesco Battaglia, hanno infatti eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Barba, con l’accusa di omicidio premeditato, aggravato dai futili motivi. Un omicidio, e una modalità di occultamento della salma tanto violenta, soltanto per una partita di hashish da spacciare non ancora pagata.

“U tannatu”, arcinoto alle cronache locali, è detenuto nel carcere di Bari ma, nel corso della mattinata, trovandosi a Lecce per un’udienza nell’ambito del processo per tentata estorsione,porto e detenzione di armi comuni da sparo e stalking,  è stato raggiunto dai militari dell’Arma.  Una “vecchia” vicenda che farà riferimento a richieste di denaro nei confronti dei titolari del noto ristorante “Marechiaro”, fra i quali vi è anche il politico Sandro Quintana.  Barba farà dunque ritorno nel capoluogo pugliese, ma con un reato ben più grave: quello dell’uccisione del 41enne, commerciante ambulante di origini marocchine, del quale non si avevano più notizie dal 23 giugno dello scorso anno. Giorno, verrà scoperto inIMG_3864-2-3 un secondo momento, del suo omicidio.

I famigliari, residenti come lui a Lecce, avevano sporto denuncia in questura non avendo più sue notizie. Di Lagraidi non si è più saputo nulla fino a quando, la notte del 31 gennaio di quest’anno, una preziosa soffiata è stata fornita da una testimone ai carabinieri di Gallipoli: è stata la stessa figlia ad accusare Marco Barba. Nei confronti della ragazza, il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Alessio Coccioli e il gip Vincenzo Brancato, non hanno chiesto alcun provvedimento. Resta tuttavia indagata in stato di libertà, in concorso con il padre, per soppressione del cadavere. Quella terribile sera del 23 giungo, stando alla ricostruzione degli inquirenti, Barba si reca assieme alla figlia a Lecce. Fa salire il 41enne marocchino e ritornano verso Gallipoli. Qui raggiunge una campagna nei pressi del cimitero, poco distante dalla statale per Santa Maria di Leuca e scende dall’abitacolo. Si allontana col cittadino marocchino, ma la ragazza resta nell’auto.

Quando torna, però, il pluripregiudicato è solo e confessa alla figlia di averlo fatto fuori. Di averlo strangolato dirà in un primo momento. Salvo poi tradirsi (nelle ore successive al ritrovamento del cadavere, a gennaio) nei colloqui con la moglie.  Intercettati dagli investigatori. In queste confessioni, nelle quale avrebbe cercato addirittura di indurre le proprie parenti a raccontare versioni differenti, elaborando vere e proprie strategie difensive (Frasi simili a : “Un uomo come me non può aver fatto tutto da solo, saremmo dovuti essere almeno in due”…), Barba si dice sorpreso dalla forza che la vittima avrebbe dimostrato in punto di morte (“Ottantamila volte più forte”), tanto da sentirsi fortunato per essere riuscito a trovare una pietra nelle vicinanze, colpendo a morte Lagraidi.  Il modo con cui cerca di disfarsi del corpo del marocchino, poi, è ancora più truce. La premeditazione è confermata da un aspetto piuttosto inquietante: per saponificare il cadavere, Barba si sarebbe procurato non soltanto il bidone e la calce, ma anche un centinaio di bottiglie di acido muriatico. Una soluzione che avrebbe eliminato, secondo i suoi piani, ogni traccia. Il fusto metallico, per evitare ogni fuoriuscita, è stato poi ricoperto con materiale simile al cemento formato da pietrisco e calce.

Ma “U Tannatu”, ritenuto in passato affiliato alla Sacra corona unita, perché vicino al clan Padovano, non  aveva fatto i conti con un imprevisto: quella copertura da lui studiata a tavolino, gli si è ritorta contro: è infatti servita proprio per conservare meglio la salma del 41enne marocchino nel bidone verde. Quest’ultimo, la notte del ritrovamento in contrada Madonna del Carmine, si presentava agli occhi dei carabinieri gallipolini, del Nucleo operativo di Lecce e della sezione Investigazioni scientifiche, come una sorta di statua fatta di materiale magmatico dopo un’eruzione. Una silhouette, informe e irriconoscibile, molto simile ai profili nelle immagini  Pompei.

Nell’incidente probatorio del 14 marzo scorso, del resto infine, la figlia ha confermato dinanzi all’autorità giudiziaria le dichiarazioni precedentemente rilasciate ai carabinieri la notte del rinvenimento del cadavere, riconoscendo sia il bidone, sia  Lagraidi come vittima. Ma a conferma dei sempre crescenti sospetti degli investigatori dell’Arma, non soltanto la testimone, le intercettazioni e la conferma da parte del medico legale di una morte a colpi di oggetti contundenti, non per strangolamento. A disposizione degli inquirenti, infatti, gli stessi tabulati telefonici di Barba e della figlia: i riscontri hanno confermato il tragitto Gallipoli- Lecce e poi Lecce-Gallipoli nel giorno della scomparsa del 41enne.

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