Assoluzione di Don Cesare, depositate le motivazioni

La Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d'appello di Lecce, dell'aprile 2008, "perche' il fatto non sussiste". Le motivazioni sulla base del fatto che "non è stata presentata querela"

Don Cesare con l'avvocato Antonella Corvaglia dello studio legale Massa (foto di repertorio).
La Cassazione ha annullato la condanna a otto mesi di reclusione per simulazione di reato nei confronti di don Cesare Lodeserto, l'ex direttore del Cpt di San Foca, per avere denunciato, "falsamente", di avere ricevuto un sms che gli diceva 'sei morto'. La notizia, come già anticipato il 22 gennaio scorso, ha ora i crismi dell'ufficialità con le mtivazioni depositate dagli "ermellini". La Sesta sezione penale ha annullato la sentenza della Corte d'appello di Lecce, dell'aprile 2008, "perché il fatto non sussiste" sulla base del fatto che "non è stata presentata querela".

In ogni caso, la Suprema Corte ha evidenziato che "la genericità della minaccia e il contesto in cui avveniva (Lodeserto, per l'attivita' che svolgeva, era stato sovente oggetto di minacce) giustificavano gia' di per sè un giudizio di non idoneità del messaggio a generare nel destinatario un turbamento di particolare entità". E la conferma di questo, aggiunge piazza Cavour, "si ricava dallo stesso tenore della denuncia, in cui don Cesare Lodeserto precisava di non essersi impressionato per il messaggio telefonico, a cui non aveva dato peso".

Nel 2001 don Cesare invio' al proprio telefono cellulare - o qualcuno lo fece per lui - un sms contenente minacce di morte: in quel periodo stava per essergli revocata la scorta che, dopo la minaccia simulata, gli fu concessa nuovamente. Ora la Cassazione (Sesta sezione penale, sentenza 13109) ha annulato la sentenza della Corte d'appello di Lecce, aprile 2008, "perche' il fatto non sussiste" sulla base del fatto che "non e' stata presentata querela".

In ogni caso, la Suprema Corte ha evidenziato che "la genericita' della minaccia e il contesto in cui avveniva (Lodeserto, per l'attivita' che svolgeva, era stato sovente oggetto di minacce) giustificavano gia' di per se' un giudizio di non idoneita' del messaggio a generare nel destinatario un turbamento di particolare entita'". E la conferma di questo, aggiunge piazza Cavour, "si ricava dallo stesso tenore della denuncia, in cui don Cesare Lodeserto precisava di non essersi impressionato per il messaggio telefonico, a cui non aveva dato peso".

Nel maggio del 2005, il gup Annalisa De Benedictis accolse la richiesta del pubblico ministero Paola Guglielmi, infliggendo otto mesi di reclusione al prelato, uomo simbolo dell'accoglienza nel Salento, con l'accusa di simulazione di reato. Si sarebbe fatto inviare, dai suoi stessi collaboratori, secondo la tesi accusatoria, falsi messaggi con minacce di morte per ottenere la proroga del servizio di scorta personale.

La sentenza fu confermata anche in Appello, ma i giudici supremi hanno accolto la richiesta dello stesso procuratore generale e dei difensori del prelato, gli avvocati Emilio Ricci e Federico Massa, i quali hanno sostenuto nel corso della discussione come la stessa interpretazione dei fatti fosse insufficiente per giustificare una sentenza di condanna. Pur potendo annullare con rinvio, la Suprema Corte è andata oltre convinta che il materiale probatorio non avrebbe potuto giustificare una sentenza di condanna.

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