Presunti abusi edilizi, cade ordine di demolizione nel maneggio di Galatone

La Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per i sette imputati finiti nell'inchiesta che il 18 marzo di nove anni fa sfociò nel sequestro dell'area

Foto di archivio

LECCE - Non arriveranno le ruspe in contrada “Barrotta”, a Galatone, dove il 18 marzo del 2007 i carabinieri bloccarono i lavori per la realizzazione di un maneggio, di un club house e di alloggi, nell'ambito di un'inchiesta su presunti abusi edilizi e paesaggistici. Fino a qualche giorno fa, sulle opere sequestrate pendeva l'ordine di demolizione. Ma il passato è d'obbligo, perché la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna emessa dalla Corte d'Appello di Lecce il 31 gennaio 2014 (che confermava in buona parte quella di primo grado) nei riguardi di sette persone e che imponeva proprio l'eliminazione delle opere “incriminate”, accogliendo il ricorso degli avvocati Francesco Vergine, Vincenzo Albertone e Fabio Zeppola.

Tra gli imputati c'era il presidente del consiglio comunale di Galatone Giuseppe Bondì, 54 anni, finito nell'inchiesta nelle vesti del progettista che il 22 luglio 2014 attestò, secondo l'accusa falsamente, che l'intervento era connesso ad attività agrituristiche e come tale non necessitava dell'autorizzazione ambientale. Per lui il processo si concluse con la condanna a un anno e nove mesi di reclusione e lo stesso fu l'esito per altri cinque imputati, proprietari dell'area: Annantonia Ramundo, 58 anni, di Galatone, Giuseppe Fasano, 65, di Parabita, Marco Antonio Fasano, 40, di Castiglione delle Stiviere (Mantova), Andrea Oresta Fasano, 39, di Galatina. La condanna fu invece di un anno e cinque mesi per l'ingegnere Leonardo Antonio Liviello, 54, di Taviano, e quattro mesi, più il pagamento di 80mila euro di ammenda per Ruggero Sicuro, 45, di Martano, legale rappresentante della socetà “Edilsicuro s.r.l.” che eseguì i lavori.

Stando all'inchiesta, condotta dal pubblico ministero Giovanni Gagliotta, Liviello, responsabile dell'ufficio tecnico del comune di Gallipoli approvò il progetto presentato da Ramundo e Fasano per costruire in una zona dove sarebbe stato consentito realizzare solo nuove strutture per attività turistico-ricreative. Per i giudici di merito, le opere previste dal progetto (una scuderia con ventinove box, un fabbricato destinato a club house con uffici, bar e ristorante, un fabbricato per alloggi, un campo di lavoro con tribune e sala giuria, su una superficie di oltre sette mila metri cubi) comportavano attività incompatibili con le destinazioni agricole produttive previste dallo strumento urbanistico comunale vigente all'epoca dei fatti e con quelle previste dal piano regolatore generale in vigore al momento in cui fu chiesto il permesso di costruire in sanatoria. Per questo la sentenza fu di condanna, che però la Corte Suprema ha annullato senza rinvio, scrivendo così l'ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria durata nove anni.

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