Coca per mezzo di milione di euro in un garage, due condanne

Si è concluso con la condanna a sette anni di reclusione più multa di 30mila euro il processo con rito abbreviato che vedeva imputati un 29enne di Acquarica del Capo e un 36enne brindisino

ACQUARICA DEL CAPO – In un garage ad Acquarica del Capo, i poliziotti trovarono quasi nove chilogrammi di cocaina, del valore di mezzo milione di euro, custoditi in tre auto, una delle quali appena parcheggiata dai due uomini ritenuti responsabili del carico: Pierpaolo Pizzolante, 29enne originario di Maglie ma residente ad Acquarica, titolare del box dove era stata nascosta la droga, e Antonio Clemente, 36enne di San Donaci (in provincia di Brindisi).

La loro colpevolezza è stata riconosciuta anche nel processo col rito abbreviato che si è discusso nei giorni scorsi con la condanna a sette anni di reclusione, più 30mila euro di multa, ciascuno. La sentenza è stata emessa dal gup Sergio Tosi, in linea alle richieste del pubblico ministero Donatella Palumbo (di 7 anni e 31mila per il primo, e 6 anni e 8 mesi, più 30mila euro di multa, per il secondo).

L’arresto risale al 1° luglio dello scorso anno, quando gli uomini della squadra mobile del capoluogo salentino, in collaborazione con i colleghi del commissariato di Taurisano, videro giungere nei pressi del garage una Lancia Musa, con Clemente al volante e Pizzolante al lato passeggero. Nel mezzo, c’erano 3 chili di cocaina, più 85mila euro. In una Ford Kuga, utilizzata dal 29enne salentino e intestata a uno dei suoi famigliari, c’erano sei involucri con circa tre chili della stessa sostanza custoditi in una nicchia gestita elettricamente ricavata sotto i sedili posteriori; in una Fiat Idea, in un sottofondo anche questo gestito meccanicamente, realizzato sotto il sedile anteriore, c’erano 500 grammi

La perquisizione in casa degli imputati si concluse con il sequestro di numerosi mazzi di chiavi e otto telefoni cellulari. Nell’abitazione di Pizzolante, inoltre, gli agenti trovarono anche sette proiettili calibro 9, sei dei quali da guerra e uno a punta piatta.

Erano difesi dagli avvocati Ladislao Massari e Biagio Palamà.

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