Copiarono l'esame per diventare avvocati: il plagio costa 11mila euro a testa

Chiuso il cerchio sulle prove del 2012 che la commissione di Catania, competente per la correzione, aveva rispedito indietro. La procura aveva aperto un'inchiesta, le indagini condotte dalla polizia postale. Pena pecuniaria alternativa a quella detentiva

Luca Capoccia photo.

LECCE – Copiare in un concorso è un reato a tutti gli effetti e ora sono finiti nei guai. L’utilizzo della tecnologia è tornata  loro indietro come un effetto boomerang. E 103 aspiranti alla professione di avvocato sono ora destinatari di un decreto penale di condanna commutato in pena pecuniaria: dovranno versare allo Stato una somma di 11mila euro a testa.

Un’indagine effettuata dalla Polizia postale e delle telecomunicazioni di Bari e Lecce, e coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo salentino ha infatti scoperto il raggiro, e accusato gli indagati del reato di falsa attribuzione di un elaborato altrui previsto da una vecchia legge, la numero 475 del 1925: quando smartphone e Whatsapp erano ancora fantascienza.

La sessione d’esame in questione è quella che si è svolta nei giorni 11, 12 e 13 dicembre del 2012, presso le aule del campus universitario Ecotekne. Un migliaio di candidati, provenienti dalle province di Lecce, Brindisi e Taranto parteciparono alle tre prove di diritto penale, civile e nella stesura di un atto. Ma quando la Corte d’Appello di Catania, incaricata della correzione delle verifiche, si accorse delle anomalie, annullò l’esame. Di quelle prove presentate, infatti, 103 sono risultate copiate da noti siti specializzati in giurisprudenza, che offrono nozioni e dispense relative alla disciplina forense. E non è tutto. Agli investigatori sono risultati anche esami passati via cellulare e via mail da studi legali e, in un caso, addirittura un testo fotografato via Whatsapp. Nonostante il noto divieto di utilizzo dei telefono durante un concorso pubblico._LUC7810-2

Gli agenti di polizia postale, coordinati da Bari dalla dirigente Letizia La Selva, e a Lecce dall’ispettore Salvatore Antonio Madaro, sono partiti dagli indirizzi mail dei partecipanti: proprio quelli lasciati dai candidati nella domanda al concorso. Hanno scoperto tramite un sofisticato software i tabulati telefonici e i provider collegati durante le ore dell’esame, e hanno riversato quella corposa mole di informazioni all’interno di una sistema di elaborazione dati. Al termine di quell’accertamento sono emerse le connessioni Internet effettuate dai candidati e lo scambio di mail e sms.

Alcuni di loro, intanto,  sono diventati legali a tutti gli effetti dopo aver sostenuto una prova successiva: la sessione di dicembre 2012, per i 103 indagati, fu annullata. In 20 sono iscritti all’Ordine degli avvocati di Lecce, Brindisi e Taranto. In quattro, inoltre, presso l'elenco degli avvocati in Spagna. Ulteriori 41 sono invece iscritti nell’Albo dei praticanti nelle tre province, più uno a Foggia. L’Ordine degli avvocati potrebbe anche procedere alla sospensione, in un secondo momento. E’ un’eventualità. Di certo c’è che - come ha sottolineato lo stesso procuratore capo Cataldo Motta, durante la conferenza stampa - se la condanna dovesse diventare definitiva, per i 103 coinvolti nell’indagine si tratterebbe di un precedente penale a tutti gli effetti che non lascerebbe loro la possibilità di effettuare altri concorsi pubblici.

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