Correndo con i migranti, nel Salento sospeso tra oriente e occidente

L'incontro singolare e inaspettato con un gruppo di migranti lungo la litoranea che da Otranto conduce a Santa Cesarea

LECCE – Ci sono luoghi che hanno qualcosa di magico, capaci di riempire il cuore e la mente. Come Torre Sant’Emiliano, una delle torri costiere d’avvistamento costruite durante il regno di Carlo V. Superata Otranto e lasciata alle spalle la Palascìa e il suo finis terrae, basta lanciarsi in discesa per alcuni tornanti per trovarsi di fronte uno spettacolo capace di togliere il fiato. La terra, arida e brulla, punteggiata da un solo albero, immobile come una sentinella antica, sembra abbracciare il mare in un gioco di contrasti e di colori. E’ lì che il Salento sembra trasformarsi, con le sue scogliere e i suoi saliscendi dal sapore ellenico, con oriente e occidente a sfiorarsi come nel bacio leggero di due amanti troppo timidi.

Amo percorrere questi luoghi in bici o (come ieri) correndo, con il vento che riempie i polmoni dei profumi della primavera, con le immagini che si fissano nell’anima come diapositive o quadri dai colori impressionisti. E’ il modo migliore per attraversare un luogo così affascinante, assorbendone tutta l’aura magica.

E’ la prima domenica di primavera, sono passate da pochi minuti le 8 e, complice l’ora legale, la strada che da Otranto conduce a Santa Cesarea è pressoché deserta. Corro godendomi il panorama, regolando il passo e il respiro, con il tamburellare dei passi a infrangere il silenzio. Un gruppo di ciclisti mi sorpassa e mi saluta, rispondo con un sorriso, agitando la mano. Poco dopo la mia attenzione è attirata da alcune persone che camminano in fila indiana sul ciglio della strada. A rendere ancora più singolare la cosa, oltre alla carnagione scura, sono gli abiti che indossano, giacconi pesanti che mal si conciliano con il caldo che da qualche giorno ha investito la regione.

Quando li raggiungo, uno di loro mi sfiora un braccio e mi fa cenno di fermarmi, congiungendo le mani in segno di preghiera. Smetto di correre e mi avvicino. Ciò che mi colpisce sono i volti segnati dalla fatica, le loro facce impaurite e spaesate. Sono migranti, uomini e donna in fuga e in cerca di un futuro migliore, con la voglia di lasciarsi alle spalle miseria e orrori, dopo aver percorso migliaia di chilometri, appena sbarcati da qualche imbarcazione di fortuna. In inglese cerco di spiegare che non ho soldi, cibo e nemmeno acqua, solo una barretta energetica per recuperare la fatica della lunga corsa. Uno di loro mi fa segno con la mano, avvicinando all’orecchio il pollice e il mignolo, il gesto internazionale del telefono. Sorrido e gli faccio un cenno di assenso con la testa, e lui mi passa un vecchio cellulare. Dall’altra parte del telefono una voce maschile, in un italiano stentato, mi saluta e mi chiede dove si trovano i suoi “amici”, in modo da passare a prenderli. Gli spiego che siamo vicino a Porto Badisco e mi viene da sorridere pensando che si tratta del luogo dove, secondo la leggenda è approdato Enea, uno dei migranti più celebri di sempre (anche se gli storici attribuiscono a Castro, l’antica Castrum Minervae, il luogo dell’approdo). Il mio misterioso interlocutore mi ringrazia e io restituisco il telefono, tra i sorrisi e i ringraziamenti delle persone che mi circondano nella loro composta e infinita dignità. Uno di loro afferma di provenire dal Pakistan. Vorrei fare mille domande, ma fanno fatica a comprenderle e devo riprendere la mia corsa.

Riparto, portando con me i loro volti e i loro corpi smunti, i loro zaini in cui è racchiusa una vita intera, gli sguardi pieni di speranza. Qualcuno ha già lasciato la strada, cercando di confondersi tra le campagne circostanti (più tardi incrocio una volante della polizia, forse sulle loro tracce). A catturare il mio sguardo è una ragazza incinta, cui rivolgo un saluto e un augurio, come si usa tra viandanti. Riprendo a correre e mi sento improvvisamente leggero: la fatica, le salite, il caldo e la sete sembrano svanire in un istante, in un senso assoluto e primordiale di libertà. Mi volto a guardare la torre che da secoli, dai suoi 50 metri d'altezza, osserva e custodice le storie del mare e degli uomini.

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