Panico al Fazzi: ergastolano evade a colpi di pistola e poi fugge con auto rubata

Accompagnato al reparto di Chirurgia del nosocomio leccese, l'uomo si è impossessato dell'arma e si è sottratto alla custodia degli agenti, ferendone due. All'esterno dell'edificio ha fermato e minacciato una donna, poi si è allontanato a tutta velocità investendo un vigilante

LECCE – Un detenuto entra in ospedale ammanettato. E’ Fabio Antonio Perrone, 41enne di Trepuzzi, ergastolano. Lo scortano due agenti di polizia penitenziaria. Deve sottoporsi a un esame endoscopico. Al terzo piano del “Vito Fazzi” vi sono chirurgia generale maschile e femminile ed endoscopica, collegati da porte, atri e corridoi.

E’ quasi mezzogiorno, l’ora di punta, momento di visite mattutine. Pazienti e parenti, infermieri e medici. Speranze e paure convivono nella quotidianità di reparti in cui le situazioni sono spesso delicate. Qui, dove il tono della voce dovrebbe essere mantenuto basso, accade l’impensabile. E’ un attimo. Solo un attimo. Un incubo.

Per l’esame a Perrone vengono tolte le manette. Lui non se la fo ripetere una seconda volta e coglie uno di quegli attimi che capitano poche volte nella vita di chi ha davanti solo il pensiero fisso di dover morire in una cella. L'agente è vicino, molto vicino. Una mossa fulminea: estrae l’arma dalla sua fondina e spara una prima volta, ferendo a una gamba l'altro agente (il proiettile entra dalla coscia destra ed esce), che negli stessi istanti prova risponde al fuoco, prima di accasciarsi.

Il collega (che rimarrà contuso a un braccio nella colluttazione per disarmarlo) prova a fermarlo afferrando l'arma del ferito e inseguendo Perrone. Una drammatica una battaglia giocata sul filo della morte, fra urla sguaiate e altri spari, spari ovunque. Dieci o undici colpi in tutto, esplosi all’impazzata. Uno scambio incrociato nel tentativo di bloccare la fuga. Un altro si udirà qualche minuto più tardi all’esterno, stando ad alcune testimonianze.

Una pioggia di piombo, pareti e infissi crivellati in alto e in basso. Un copione che forse nemmeno la mente contorta di Quentin Tarantino avrebbe saputo partorire con tanta crudezza. E un miracolo che nessuno ci imanga secco. Un anziano paziente viene colpito di striscio a una gamba da un proiettile di rimbalzo, mentre Perrone percorre a piedi le scale, gira la mano con cui brandisce la pistola dietro la spalla. Arriva al primo piano, cerca l’uscita dal pronto soccorso.

IMG-20151106-WA0041-2Qui un dirigente medico, Silverio Marchello lo incrocia: i loro occhi s’incontrano per un lungo istante, racconterà ai cronisti. Ha appena sentito quei colpi, non riesce a capire bene cosa siano, forse qualche attrezzo per i lavori in corso nel cantiere vicino, la nuova ala dell’ospedale. Perrone è pallido, circospetto, nervoso. Solo un secondo dopo esserlo lasciato dietro, il medico sente qualcosa nell’aria. L’odore di polvere da sparo. E capisce tutto.

Si volta, ma Perrone non c’è più. E’ ormai all’esterno, invano lo cerca anche l’agente di polizia del posto fisso. L'eragstolano ferma una donna, le punta la pistola alla tempia. Si trova in un’auto, ha appena parcheggiato proprio alle spalle del plesso del pronto soccorso. E’ una Toyota Yaris grigia. Paralizzata dal terrore, gli lascia le chiavi. Il bandito fugge a tutta velocità. Sull’asfalto i segni degli pneumatici. Davanti all’ingresso c’è l’ultimo ostacolo, un vigilante della Securpol Security. Lo travolge ferendolo a un ginocchio, e poi via, dalla tangenziale. Nell’aria già si sentono le sirene delle auto di polizia e carabinieri.

Fabio Antonio Perrone è una mina vagante. Pericoloso come pochi, spietato. All’alba del 29 marzo dello scorso anno, fece irruzione nel “Gold music restaurant”, nel suo paese. Cercava Fatmir Makovic, un montenegrino residente nel campo “Panareo”. Lo freddò svuotandogli addosso l’intero caricatore di una Crvena Zastava, una pistola calibro 9. Tutto per un litigio futile divampato poco prima, per motivi mai del tutto chiariti. Il figlio dello straniero, 16enne, scampò al massacro perché protetto dal corpo del padre. I due si erano chiusi nel bagno. Fu la loro trappola. Per Makovic, una trappola mortale.

Perrone non si fermerà. Ormai non ha niente da perdere. La parola “ergastolo” è risuonata per lui violenta come una frustata dal segno indelebile nell’aula di giustizia del Tribunale di Lecce, il 23 giugno scorso, per voce del gup Simona Panzera. E ora che è in fuga, braccato come un animale ferito, polizia e carabinieri che sono sulle sue tracce sanno che il rischio è di un violento conflitto a fuoco.

In ospedale l’aria è tesa. L’agente ferito si trova in rianimazione. Il luogo più vicino in linea d’aria in cui portarlo nell’immediato, atteso che altre sale erano in quel momento impegnate. E’ stato più semplice condurlo dal terzo al primo piano. In realtà, non rischia la vita. La prognosi è di una trentina di giorni. Il collega contuso, invece, è stato visitato nel pronto soccorso. Gli è stata applicata una fasciatura rigida al braccio destro.

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Nel reparto, un viavai di agenti di polizia penitenziaria, carabinieri della compagnia di Lecce e del nucleo investigativo, agenti delle volanti della questura e squadra mobile. Il coordinamento delle indagini, affidato al procuratore aggiunto Antonio De Donno. La sensazione, che Perrone possa aver pianificato tutto con la complicità di qualcuno all’esterno. Ora potrebbe essere nascosto nelle zone a nord del capoluogo, dov’è cresciuto e che conosce bene. Fra le marine, magari, dove spesso e volentieri si sono rifugiati in passato alcuni fra i più pericolosi criminali. 

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