Diffamazione durante un acceso comizio elettorale, arriva l'assoluzione

Riscontrate cause di non procedibilità nella vicenda che contrapponeva Daniela Sindaco e Carlo Gervasi. Entrambi, peraltro, avvocati

LECCE – La vicenda è davvero datata, risale al 2012. Si era nel vivo di un’accesa campagna elettorale (e quale campagna elettorale non è accesa?), terreno dello scontro: Galatina. E in questi giorni, a distanza di ben sette anni, s’è chiusa la vicenda che vedeva contrapposti due avvocati, all’epoca candidati entrambi in liste – ovviamente – contrapposte e che s’è trascinata nelle aule di tribunale per via di un decreto di citazione diretta a giudizio con l’accusa di diffamazione del pubblico ministero Carmen Ruggiero. Ma il giudice  Bianca Maria Todaro ha ritenuto sussistenti cause di non punibilità a carico dell’avvocato Daniela Sindaco, oggi 47enne. Di fatto, assolvendola.

La denuncia dopo un comizio

La denuncia era stata sporta, come detto, da un altro legale, Carlo Gervasi, che si era sentito diffamato nel corso di un comizio elettorale. Si era nell’ambito dell’agone politico, è vero, dove molti colpi bassi sono permessi, e tuttavia, la vicenda si era trascinata un po’ oltre, nell’occasione, toccando altri aspetti.  In questo caso, quello professionale. E il 17 maggio del 2012 furono proferite frasi come “caro amico Gervasi, che ne diciamo delle convenzioni che la casa senatrice Adriana Poli Bortone ti ha riconosciuto per difendere i pentiti? Queste cose le devi dire a Noha. Ha avuto convenzioni con ministero, Stato, laddove si pagavano fiori di euro, per che cosa? Per difendere i pentiti”.

E ancora: “Non vorrei che ti fossi pentito di aver fatto quello che hai fatto, della politica, della tua stessa politica. Devi dire la verità a Noha: hai difeso pentiti con i soldi che ti vengono dati da un incarico politico, perché tu non è che sei l’avvocato di grido, meglio di centomila altri. Una difesa puramente tecnica per stare seduto nell’aula di giustizia e basta, senza alcuna difesa professionale”. Chiaro come l’avvocato Gervasi non l’avesse presa affatto bene, tanto da sporgere denuncia in Procura.

E’ anche possibile che in altre circostanza la diffamazione ci potesse essere tutta, visto il tenore delle frasi, ma, nel difendersi e rilasciando sue dichiarazione, Daniela Sindaco ha contrattaccato, spiegando che in quel periodo sarebbe stata a sua volta sotto torchio psicologico, letteralmente, per via di un’altra fatto a causa del quale, sempre in quei giorni, sarebbe stata definita una “cattiva madre”. Con tanto di accuse, secondo cui non avrebbe dovuto usare una sorta di “santino” (i cosiddetti santini elettorali) ritraente sua figlia, all’epoca di appena un anno, con lo scopo di racimolare voti. Insomma, Daniela Sindaco avrebbe offerto una sorta di replica, dai toni accesi.  “La mia – dice la stessa interessata – una reazione alla provocazione, visto che ero nauseata e stressata da quello che mi si stava dicendo”.

Il santino della discordia

Il santino della discordia, secondo quanto spiegato da Daniela Sindaco, ritraente la bimba al suo compleanno, era stato creato come atto goliardico, visto che si sentiva orgogliosa di essere diventata madre a 40 anni, e avrebbe dovuto avere una tiratura limitata, fra amici e parenti. Tant’è, pare che abbia preso altre strade, finendo in altre mani e scatenando quindi diversi attacchi. Le motivazioni saranno depositate entro 45 giorni, ma già l’articolo del codice citato per cui sopravviene la causa di non punibilità, spiega un po’ tutto.

E’ il 599 del codice penale sulla provocazione che così recita: “Nei casi preveduti dall’articolo 594 (ingiuria, poi abrogato Ndr), se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori”. E, ancora e soprattutto: “Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dall'articolo 595 (diffamazione, Ndr) nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”. Insomma, è facile ipotizzare che per il giudice Todaro si debba essere creata una condizione di sostanziale parità sulla bilancia della giustizia.

Il pubblico ministero aveva chiesto, per la verità, una condanna mite, una contravvenzione di 400 euro, contro una richiesta di danni della parte civile pari a 30mila euro. Daniela Sindaco era difesa dagli avvocati Donato Mellone e Roberto Stanislao. Carlo Gervasi, dall’avvocato Luigi Covella.  

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