Il sospetto del pm: "Potrebbe avere ucciso il padre in bagno, dandogli fuoco con un accendino”

A sollevare dubbi, la presenza di bruciature trovate in testa e sul volto dell’anziano e le prime dichiarazioni rilasciate dal figlio ai carabinieri giunti in casa dopo la sua chiamata

COLLEPASSO - Non convince la versione di Vittorio Leo, l’agente immobiliare 48enne di Collepasso finito in carcere per l’omicidio del padre Antonio, di 89 anni, avvenuto tre giorni fa nell’abitazione di famiglia.

Il racconto è lacunoso e alcune dichiarazioni sono contrastanti con le prime analisi investigative. Di più si saprà dall’autopsia che potrebbe svolgersi già lunedì, dopo che il pubblico ministero Luigi Mastroniani conferirà l’incarico al medico legale Alberto Tortorella. Non convincono, in particolare, le bruciature trovate in testa all’anziano. Il figlio sostiene di avergli spruzzato addosso dell’alcol contenuto in una bottiglietta di plastica (che stava utilizzando per disinfettare una piccola ferita alla mano), in direzione del torace, quindi alla stessa altezza del fornello acceso dinanzi al quale si trovava il malcapitato. Lo stesso Leo non è stato in grado di motivare ai magistrati la presenza di ustioni in quei punti del corpo: “Non so neppure spiegare perché avesse volto e capelli ustionati, nonostante si fosse tolto la maglia. Forse quelle ustioni al volto possono essere state provocate dalla fiamma dei pantaloni che ancora indossava”.

Certo è che l’indagato è rimasto impassibile mentre il corpo del padre diventava una torcia umana perché preso dal panico, così ha detto. Ma al comandante dei carabinieri della stazione di Collepasso, giunti presso l’abitazione di via Don Luigi Sturzo, in seguito alla sua chiamata (partita cinque ore dopo i fatti) aveva riferito altro: “Comandante salite in casa, mio padre è morto, venite a vedere cosa ho fatto… non ce la facevo più a sentire le lamentele di mio padre, oggi non ce l’ho fatta più, prima abbiamo litigato, poi ho preso una bottiglia dell’alcol e poi ho acceso con la fiamma, e poi non mi ricordo più… non so nemmeno io perché l’ho fatto, è stato un momento e tutto è finito”.

Secondo il pm, quindi, non si può escludere che Vittorio Leo possa aver provocato la morte del genitore direttamente nel bagno (dove è stato trovato il cadavere), gettandogli sul capo l’alcol per poi dargli fuoco con un accendino. Saranno le indagini a chiarire se l’azione possa essere considerata premeditata e, o sorretta da futili motivi. Per ora, Leo resta in carcere, così come disposto dal giudice Giovanni Gallo, con l’accusa di omicidio volontario (con l’aggravante di aver commesso il fatto contro l’ascendente).

Le ragioni del gesto: “Mi faceva sentire un fallito, perché non mi sono laureato”

Vittorio Leo-3L’indagato (nella foto a sinistra) ha invece chiarito, senza esitazione, il perché ha lanciato l’alcol addosso al padre: in reazione a quelle parole offensive, “togliti di mezzo”, “vattene”, “sparisci”, che il genitore gli avrebbe rivolto non solo quel giorno, ma più volte negli anni, facendolo sentire una nullità, un fallito. Mai una parola d’amore o di incoraggiamento, ma di disprezzo per quel figlio che non si era laureato (aveva abbandonato gli studi di ingegneria per diventare un agente immobiliare) né sposato.

Durante l’interrogatorio, Leo si è soffermato a lungo sui rapporti burrascosi in famiglia. Gli equilibri erano saltati dopo la scomparsa della madre, e non solo col padre, descritto come un uomo solitario, avaro, autoritario, ma anche con la sorella (psichiatra residente a Roma), per questioni legate all’eredità.

Tant’è che il giudice nell’ordinanza di convalida del fermo, sotto il profilo delle esigenze cautelari, solleva oltre al pericolo di fuga, quello di reiterazione del reato, in particolare nei confronti della sorella, verso la quale l’indagato ha esternato sentimenti di astio.

Il giudice Gallo: “Nessun pentimento. Comportamento agghiacciante”

Giovanni Gallo-7Il padre prende fuoco, urla per il dolore, tenta disperatamente e invano di salvarsi, lui si siede sul divano, poi col cadavere in casa, distrugge la bottiglietta di alcol nel camino, e per alleviare lo stress, pulisce ogni ambiente meticolosamente e si prepara un piatto di pasta al ragù. Sono queste le sequenze di un delitto che il giudice Gallo (nella foto a sinistra) non può che definire agghiaccianti, e chiara espressione di “una volontà che, seppur inizialmente potesse essere caratterizzata da un dolo eventuale (al momento del getto dell’alcol sulle parti vitali mentre il padre era vicino ai fornelli accesi, con accettazione del rischio che morisse), successivamente deve essere sicuramente considerata significativa di una volontà diretta (con dolo intenzionale) a cagionare, con assoluta pervicacia e in assenza di qualsivoglia sentimento di compassione, il decesso della vittima”.

Insomma, secondo il giudice, il mancato soccorso del genitore è significativo di una ferma volontà omicida. Oltretutto, durante l’interrogatorio, l’indagato è apparso come una persona lucida, ben orientata, consapevole e, alle domande sulle emozioni che provava, a distanza di due giorni da un fatto così grave, non ha mostrato alcun segno di pentimento, limitandosi con freddezza ad affermare di non voler rispondere.

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