Fiumi di cocaina verso il Salento dal Sud America. Erano nascosti fra banane e caffè

Le ordinanze di custodia cautelare per i fratelli Patrizio e Antonio Pellegrino, 44enne e 41enne di Squinzano, latitanti da mesi, Francesco e Vittorio Pezzuto, rispettivamente padre e figlio di 71 e 48 anni, due calabresi e un colombiano. Lo stupefacente arrivava nei porti di Gioia Tauro e Genova

BRINDISI – Loro, i fratelli Patrizio e Antonio Pellegrino, 44enne e 41enne di Squinzano, sono latitanti da mesi. Fin da quando all’alba dell’11 novembre, è scattata la prima di una serie di retate nell’ambito dell’operazione “Déjà vu” dei carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce e del Ros contro presunti affiliati alla Scu. Un giro enorme che vede insieme nomi anche altisonanti per “imprese” passate nella criminalità organizzata a nord di Lecce, volti nuovi ed emergenti, ma, fra gli indagati, anche esponenti politici.

Il bello è che, per questa nuova inchiesta, su enormi traffici di cocaina, condotta stavolta dalla guardia di finanza di Brindisi, né i fratelli Pellegrino, né gli altri presunti sodali, avrebbero a che fare in linea diretta con la Scu. Non, almeno, secondo le dinamiche consolidate di condivisione con una più vasta e ramificata organizzazione. L’ha detto chiaro e tondo il procuratore Cataldo Motta: “Agivano tutti a titolo personale”. Insomma, storie che corrono parallele ad altre storie, tutte lungo lo stesso motivo conduttore: fare soldi, tanti soldi, con la droga.

Per quest’impresa, dunque, i fratelli Pellegrino si sarebbero messi in affari con altri due squinzanesi, Francesco e Vittorio Pezzuto, rispettivamente padre e figlio di 71 e 48 anni, ed avrebbero esteso la rete alla Calabria, tramite Giuseppe Novello, 34enne, e Stefano Condina, 59enne, della provincia di Reggio, fino a intessere rapporti con il Sudamerica.

Già, perché fra gli arrestati c’è un colombiano, Marin Villa, 32enne, e la droga stessa viaggiava nei modi più incredibili, stipata persino tra caffè o frutta, partendo direttamente da porti dell’America Latina e arrivando in Italia stipata nei container.  

Le accuse, a vario titolo, sono di associazione per delinquere transnazionale finalizzata alla commissione di più reati. Vale a dire: acquisto, importazione, trasporto, detenzione, distribuzione, vendita e cessione di ingenti quantitativi di cocaina. Gli squinzanesi, nell’affaire sarebbero stati i finanziatori e i calabresi i procacciatori, sfruttando la conoscenza con il colombiano, ritenuto a sua volta referente di un’organizzazione criminale del Sud America. Il punto d’arrivo, erano i porti. Principalmente Gioia Tauro e Genova.

Ma allora, come mai nell’indagine è intervenuta la guardia di finanza brindisina? Semplice: i Pezzuto avrebbero compiuto un errore fatale. Secondo la Dda di Lecce, sul calar del 2013, avrebbero tentato di corrompere un finanziere, cercando in questo modo di far entrare notevoli carichi di stupefacente direttamente nel porto brindisino.

E’ chiaro che in questo modo si sarebbero abbattuti passaggi di mano costosi e pericolosi. Perché una volta riuscita eventualmente a passare inosservata nei porti calabrese e ligure, la cocaina avrebbe dovuto viaggiare su strada, con tutti i rischi derivanti, per arrivare nel Salento. Innegabili i vantaggi, invece, se la droga fosse giunta direttamente sulle sponde pugliesi: Squinzano dista da Brindisi appena 15 chilometri.

Non riuscendo nell’intento, il gruppo sarebbe stato così costretto a ripiegare verso altre destinazioni. Nel frattempo, però, il finanziere aveva reso edotto di tutto i propri superiori e la Procura, facendo scattare gli accertamenti.  

(Guarda il video della finanza)

Sono quattro i sequestri riconducibili, secondo gli inquirenti, ai sette indagati. Il primo risale al marzo del 2014, quando è stato intercettato a Gioia Tauro un carico di 100 chili di cocaina nascosto fra carbone per attività commerciali. Era partito dal Cile. Il piano: far diluire droga e carbone, per poi estrarre la prima. Il carico era formalmente destinato a due ditte, una di Squinzano e l’altra di Sant’Eufemia d’Aspromonte.

A giugno il secondo sequestro. In quel caso la cocaina, per 99,805 chili, era partita dall’Ecuador nascosta fra le banane e diretta sempre a Gioia Tauro. A luglio il terzo ritrovamento, in quel caso a Genova: 96 chili e mezzo di cocaina erano stati stipati in mezzo a un carico di asparagi in scatola. Provenivano dal Perù. A novembre, infine, l’ultimo sequestro, quello di 70 chili di stupefacente infilato fra borsoni in un container, a bordo di una nave partita dalla Colombia e diretta sempre nel capoluogo ligure.

E’ in queste ore al vaglio dell’autorità giudiziaria la richiesta di sequestro, finalizzato alla confisca, di quarantadue immobili, tre beni mobili e cinque fra ditte individuali e società per un valore complessivo di 3 milioni 102mila e 507 euro.

L’indagine dei finanzieri brindisini assume importanza non solo per il fatto di aver stroncato l’ennesimo, immenso di droga, ma anche perché pone l’accento sulle nuove strategie della malavita. Già in altre situazioni si era visto come fossero sempre più vicini i contatti fra salentini e calabresi, specie nell’ambito dei traffici droga. L’inchiesta odierna sembra confermare il sospetto di uno spostamento, almeno in parte, verso quest’asse, nella ricerca continua di alleanze e modi per far ruotare un’economia illecita con cifre da capogiro.   

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