Frode milionaria, assolta l’imputata accusata di essere una prestanome

Coinvolta nell’inchiesta su un maxi raggiro, Piera Basile, 52enne di Acquarica del Capo, è riuscita a dimostrare l’estraneità alle accuse nel processo discusso ieri col rito abbreviato

LECCE - E’ stata assolta, per non aver commesso il fatto, Maria Piera Basile, la 52enne di Acquarica del Capo ritenuta prestanome di una delle aziende finite nel mirino della Guardia di Finanza per una frode vicina ai dieci milioni di euro. Rischiava due anni di reclusione (tanti ne aveva invocati il pubblico ministero Massimiliano Carducci, il magistrato che ha coordinato le indagini) nel processo col rito abbreviato discusso ieri davanti al giudice Sergio Tosi, ma l’imputata (assistita dagli avvocati David Alemanno e Tonia Tagliaferro) è riuscita a dimostrare l’estraneità alle accuse.

Tra gli altri imputati coinvolti nello stesso procedimento, in tre avevano già chiuso il loro conto con la giustizia, lo scorso maggio, scegliendo di patteggiare la pena. Stiamo parlando dell’imprenditore bresciano Diego Fabrizio Gregorini, di 55 anni, che aveva concordato tre anni e otto mesi di reclusione (con l’avvocato Davide Giudici del Foro di Como); Giuseppe Lia, 56enne di Gallipoli, un anno e otto mesi, pena sospesa (patteggiati attraverso l’avvocato David Alemanno), nelle vesti di amministratore di diritto della “Soges”; Davide Tamborrini, 35enne di Gagliano del Capo e domiciliato a Corsano, un anno e 9 mesi, pena sospesa (con l’avvocato Federica Sambati), nel ruolo di amministratore di diritto della “Plastic service”.

Resta ancora da definire, invece, l’eventuale responsabilità nella vicenda di altre tre persone: l’imprenditore Cosimo Ratta, di 43 anni, impegnato nella produzione e nel commercio di imballaggi in plastica a Presicce, la moglie Monia Marzo, 43 anni, e il suo commercialista e consulente contabile Arturo Antonazzo, 71 anni, di Presicce. Per loro, il processo si celebrerà con il rito ordinario e inizierà il 4 luglio, davanti al giudice Stefano Sernia.

Secondo le indagini, uno dei metodi per ingannare il fisco sarebbe stata l’emissione di fatture per prestazioni mai svolte all’estero (in Turchia, Cina, Perù, Guatemala, Egitto, Germania, Francia, Filippine, Nigeria, Qatar, Giamaica, Kuwait) e i principali artefici del raggiro sarebbero stati Ratta, Gregorini e Antonazzo, gli stessi che lo scorso 22 febbraio finirono in carcere.

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