Il collaboratore Vincenzo Cianci: "Sono pronto a fare i nomi"

Il 33enne di Sogliano Cavour farà nuove rivelazioni e “scagiona” la madre, la fidanzata e il cognato. In un memoriale scrive: “Voglio rimediare a tutti gli sbagli”

Foto di repertorio.

LECCE - Farà nuovi nomi. E lo farà nei prossimi interrogatori con gli inquirenti, il neo collaboratore di giustizia Vincenzo Cianci, il 33enne di Sogliano Cavour, a capo dell’associazione sgominata con l’operazione “Contatto”. “Voglio rimediare a tutti gli sbagli commessi nel mio precedente percorso di vita per cercare di avere una seconda possibilità futura migliore, lontano dall'illegalità assoluta. Dichiaro e ammetto di essere responsabile di tutti i capi di imputazione contestati essendo colpevole”, è questo l’incipit del memoriale acquisito dal gup (giudice per l’udienza preliminare) Antonia Martalò nel processo abbreviato che due giorni fa si è concluso con condanne oltre cinque secoli di carcere. Proprio il giorno della sentenza, Cianci (che di anni ne ha rimediati 16 a fronte dei 20 invocati dal pm Roberta Licci) è stato ascoltato in video conferenza e ha ufficializzato la sua decisione di collaborare con la giustizia.

Il 33enne ha iniziato a parlare con gli inquirenti lo scorso 21 settembre, per poi depositare nel processo (tramite l’avvocato Sergio Luceri) i tredici fogli dove, nero su bianco, fa un mea culpa. Non solo. Oltre ad ammettere le proprie responsabilità, conferma anche le accuse nei riguardi di altri imputati, con alcune eccezioni: la madre, Carmela Magnolo, e la compagna, Laura Gemma, l’agente di polizia penitenziaria (assolta nello stesso processo), “colpevoli” solo di amarlo troppo. Cianci, inoltre, esclude dal contesto associativo, oltre alla madre, il cognato Rosario Frassanito, Marco Pica, Antonio Vecchio, Paolo De Simone, Giuseppe Stampete e Pantaleo De Paolis.

Rispetto ad alcune vicende, però, “mancano altre persone”, scrive Cianci, aggiungendo che è pronto a rivelare i nomi nei prossimi interrogatori con i magistrati. Il 33enne ha quindi ammesso, tra le altre cose, di essere stato a capo dell’associazione che avrebbe fatto affari commettendo delitti contro il patrimonio, in particolare rapine negli esercizi commerciali, furti e ricettazioni di autovetture, avvalendosi di pistole e fucili a canne mozze; di aver partecipato al traffico di sostanze stupefacenti (cocaina, marijuana e hashish), come referente del clan Coluccia per il comune di Sogliano Cavour, assumendo funzioni direttive e organizzative per la propria zona di competenza, provvedendo direttamente al procacciamento della sostanza stupefacente e alla sua distribuzione agli spacciatori per la vendita al dettaglio, stabilendo contatti diretti con i sodali anche in vista della riscossione delle entrate, gestendo la cassa comune, contribuendo al sostentamento degli associati detenuti, provvedendo a dare esecuzione alle sue disposizioni operative ricevute dai referenti di Noha.

Fatti già noti ai magistrati che, però, nei prossimi colloqui col collaboratore potrebbero raccogliere nuove informazioni per combattere la criminalità organizzata. Intanto, non appena saranno depositate le motivazioni della sentenza del giudice Martalò, i difensori degli imputati valuteranno il ricorso in Appello. Fanno parte del collegio difensivo, gli avvocati Donata Perrone, Simona Mancini, Ubaldo Macrì, Simone Viva, Carlo Gervasi,  Mario Coppola, Giuseppe Presicce, Michele Bonsegna, Giancarlo Dei Lazzaretti, Luigi Greco, Enrico D’Ospina, Pantaleo Cannoletta, Davide Polimeno, Tommaso Valente, Salvatore Abate, Ladislao Massari, Romolo Chiriatti, Angela Rizzo, Maria Luisa Greco, Fritz Massa, Paolo Cantelmo, Roberto De Mitri Aymone, Dimitry Conte, Umberto Leo, Alessandro Mariano, David Alemanno, Angelo Vetrugno, Annalisa Bandello, Antonio Savoia, Michelangelo Gorgoni,  Enrico Chirivì, Vincenzo Scarpello.

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