Il padre voleva mantenere il rapporto con il figlio, cade l'accusa di stalking

L'uomo condannato per violazione degli obblighi familiari, ma non per atti persecutori, come da denuncia della sua ex consorte

LECCE – Una separazione, un figlio conteso, la battaglia sotterranea dietro la quale amore e odio si fondono in un unico, confuso sentimento. Quante guerre nelle famiglie che si trascinano nei tribunali. E quanta difficoltà nel fare chiarezza, arrivare a un dunque fermo, deciso. Al riconoscimento delle reali responsabilità.

Come successo oggi, con il giudice della prima sezione penale, Maddalena Torelli, che ha condannato un uomo di 47 anni per violazione degli obblighi di assistenza familiare, con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziale, concedendo le attenuanti generiche, e quindi  rifilandogli come sanzione concreta una multa di 200 euro e un pagamento di mille euro. Il danno quantificato con cui rifondere la parte civile (costituitasi con l’avvocato Francesco Schilardi), più il pagamento delle spese processuali, di poco sopra 3mila euro.

Nulla, rispetto a quanto avrebbe rischiato, se fosse stato riconosciuto anche l’altro e più grave reato per il quale era imputato, quello di atti persecutori verso la ex compagna e il figlio. Da quest’accusa n’è uscito assolto con le formule “perché il fatto non costituisce reato” verso la donna, di un anno più giovane, e “perché il fatto non sussiste” nei confronti del figlio, oggi prossimo alla maggiore età.

Non c’è stato stalking, dunque, verso la donna, come sostenuto dall’accusa. Anzi, secondo l’avvocato che difendeva l’uomo, Giuseppe Milli, a un certo punto sarebbe stato proprio il padre vittima di una sorta di ostracismo, per impedirgli di incontrare con il figlio. Tanto che, non riuscendovi a un certo punto per telefono, sarebbe andato a cercarlo più volte nel paese. Chiamando però, ogni volta, lui stesso i carabinieri. Motivo: far rispettare i termini della separazione. La sua preoccupazione, infatti, era quella di essere escluso senza dalla vita del ragazzo.

La storia arriva da un comune dell’hinterland di Maglie. Il 47enne era accusato di aver molestato in più occasioni l’ex consorte, da cui è separato, e lo stesso figlio minorenne, approcciandosi con urla, sequestrando il telefonino del ragazzo, obbligando la donna a chiamare più volte i carabinieri o i vicini per ottenere aiuto. In sostanza, avrebbe preteso di vedere il minore contro la sua volontà e non avrebbe versato i 150 euro mensili stabiliti in sede di separazione per il mantenimento del figlio. Tutto questo, in un periodo fra l’agosto del 2015 e il marzo 2016.

Ma, durante il dibattimento, l’avvocato Milli ha sostenuto che non vi fosse alcuna prova per parlare di atti persecutori verso moglie e figlio. Nessuna vessazione verificata, come impedirle di vedere altre persone, nemmeno la più tipica, come l’afferrare il cellulare della compagna per verificare le comunicazioni in chat. Insomma, non vi sarebbero state scenate di  gelosia, tantomeno minacce. Alla base di alcuni messaggi, solo le paure e i tormenti di un padre che non voleva perdere l’affetto del figlio. Tanto da chiamarlo, questo sì, ma solo per vederlo e, comunque, sempre nelle modalità stabilite in corso di separazione.

Il momento clou della vicenda risiede in un telegramma datato 11 giugno 2015, con cui la madre, di fatto, avrebbe fatto in modo di interrompere bruscamente ogni rapporto fra l’uomo e il figlio. Prima di allora, cioè fino alla sentenza del Tribunale civile, del 24 novembre del 2014, non si era manifestata alcuna condotta sopra le righe. E quella che per l’accusa sarebbero state telefonate “martellanti”, per la difesa erano richieste legittime, con tanto di successive chiamate alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, solo per far rispettare quanto stabilito nella sentenza di separazione.

“Fammi vedere mio figlio”. “Fai riaccendere il telefonino a [...]” e persino “sei un’ottima madre” sarebbero state alcune fra le richieste e le considerazioni espresse. E se da un lato il giudice ha visto chiaramente delle mancanze, tanto da arrivare alla condanna per violazione degli obblighi di assistenza, dall’altro non ha ravvisato comportamenti offensivi o pericolosi nell’uomo. Le motivazioni saranno depositate entro sessanta giorni.

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