Inchiesta Ilva, Vendola a rischio processo: “Per anni troppi hanno taciuto. Io no”

La Procura della Repubblica di Taranto ha formulato 53 richieste di rinvio a giudizio. Nella lista anche l'assessore Lorenzo Nicastro. Il governatore, accusato di concussione aggravata: "Addolorato ma non perdo la fiducia nella giustizia"

Da sinistra, Lorenzo Nicastro e Nichi Vendola (@TM News/Infophoto).

TARANTO – Sono 53 (per 50 persone e tre società: Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) le richieste di rinvio a giudizio formulate dalla Procura della Repubblica di Taranto nell'ambito dell'inchiesta sul presunto disastro ambientale causato dall'Ilva. Tra loro il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, e i proprietari dell'Ilva, Emilio, Fabio e Nicola Riva. La richiesta di rinvio a giudizio è stata depositata oggi.

Al governatore Vendola è contestata la concussione verso il direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, al sindaco Stefàno, invece, l'omissione di atti d'ufficio. Secondo la Procura, Vendola avrebbe fatto pressioni sull'Agenzia regionale per l'ambiente affinché cambiasse la valutazione in merito all’azienda siderurgica. Da qui il mancato rinnovo dell'incarico ad Assennato, in scadenza nel febbraio 2011, per le presunte pressioni esercitate dall'Ilva che contestava duramente l'operato del direttore.

Per Emilio Riva e i figli Fabio e Nicola, l’accusa contesta l’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Emilio e Nicola Riva hanno già scontato un anno di arresti domiciliari, da luglio 2012 a luglio 2013, e ora sono in libertà. Per Fabio Riva invece i giudici inglesi hanno dato parere favorevole alla richiesta di estradizione avanzata dalla magistratura italiana e ora si è in attesa dell'appello.

Nella richiesta di rinvio a giudizio compaiono, oltre ai nomi di Vendola e Stefano, quelli dell'attuale assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, dell'ex assessore regionale e oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni, di diversi dirigenti regionali, tra cui l'ex capo di gabinetto di Vendola, Francesco Manna, dell'attuale capo di gabinetto, Davide Pellegrino, e del dirigente del settore Ambiente della Regione Puglia, Antonello Antonicelli.

L'inchiesta ha avuto inizio nel 2009, subendo un vero e proprio scossone nel 2012 con l'incidente probatorio dinanzi al gip Patrizia Todisco, e il deposito di due perizie in cui si evidenziava il pesante impatto dell'inquinamento dell'Ilva sulla salute dei tarantini. Da lì sono scaturite le misure cautelari e il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell'area a caldo del siderurgico avvenuti a luglio 2012. Altri arresti e sequestri ci sono poi stati a novembre del 2012 gli ultimi a settembre 2013.

La reazione di Nichi Vendola

Di seguito la nota stampa diramata dal governatore pugliese dopo aver appreso della richiesta di rinvio a giudizio: “Nonostante il dolore e la tristezza che provo in questo momento, non intendo mutare lo stile con cui ho reagito, sempre, a iniziative giudiziarie che mi chiamavano in causa. Persino quando ci si sente feriti e umiliati da una grande ingiustizia, non bisogna mai perdere fiducia nella forza della giustizia. Per decenni a Taranto nessuno ha visto niente e troppi hanno taciuto. Io no. Per decenni gli inquinatori hanno comprato il silenzio e il consenso politico, sociale e dei media. Con regali, finanziamenti, forniture, subappalti e favori. Io no. I miei collaboratori no”.

“Infatti non siamo accusati di corruzione. Siamo accusati di essere stati compiacenti, a titolo gratuito, nei confronti del grande siderurgico. Accusati in un processo in cui tutti i dati del disastro ambientale sono il frutto del nostro lavoro e della ostinata volontà della mia amministrazione di radiografare e documentare l’inquinamento industriale nel capoluogo ionico. Noi, insieme alle agenzie della Regione Puglia, abbiamo fornito le prove che hanno scoperchiato la realtà. Noi per la prima volta nelle istituzioni abbiamo aperto i dossier su diossina e altri veleni  e lo abbiamo fatto anche sulla spinta di un movimento nato dalla ribellione al destino di morte della città. Noi abbiamo cercato le evidenze scientifiche sul male sputato dall’Ilva e abbiamo varato leggi e regolamenti che sono oggi all’avanguardia della legislazione ambientale”.

“Certo, contemporaneamente abbiamo difeso la fabbrica e i lavoratori. Se questo è un reato sono colpevole. Ma abbiamo agito nel rispetto di quei principi costituzionali che ci prescrivono di contemperare beni e diritti fondamentali per i cittadini, come salute e lavoro. Questo è il preciso dovere di chi governa, anche affrontandone le responsabilità e le conseguenze più dolorose”.

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