Ingegnere morì cadendo dal solaio, “sconto” in Appello per Adelchi e Luca Sergio

Sono state dimezzate le condanne nel secondo processo sulla morte dell’ingegnere milanese di 31 anni, avvenuta durante un sopralluogo nella ex Selcom, a Tricase, il 29 settembre 2010

LECCE - Dimezzate le condanne nel processo d’appello sulla morte di Lisa Picozzi, l’ingegnere 31enne di Milano precipitata dal solaio di un capannone della ex Selcom, società del gruppo Adelchi, il 29 settembre del 2010. La Corte non ha riconosciuto l’aggravante della violazione delle norme sul lavoro al reato di omicidio colposo e ha così rideterminato le pene: da due anni a un anno per Adelchi Sergio, patron dell’omonimo gruppo calzaturiero di Tricase, e da un anno (pena sospesa) a sei mesi per il figlio Luca Sergio, nelle vesti di legale rappresentante della Selcom.  

Le motivazioni saranno note nei prossimi giorni. Quelle contenute nella prima sentenza, emessa il 17 novembre 2014 dal giudice Roberto Tanisi, non lasciarono spazio a dubbi: l’incidente poteva essere evitato perché l’intervento di Picozzi era stato programmato. L’ingegnere salì sul solaio “perché da quel sopralluogo avrebbe dovuto acquisire informazioni importanti sulla fattibilità e sulla convenienza dell'opera, del valore di almeno tre milioni di euro”, chiarì il giudice Tanisi.

Stando alle indagini svolte dai carabinieri e dai tecnici dello Spesal, infatti, Lisa Picozzi si recò nello stabilimento nella zona industriale di Tricase per svolgere alcuni rilievi per conto della Sun System, azienda lombarda specializzata nella realizzazione di impianti fotovoltaici, ma il solaio si rivelò una trappola mortale perché il lucernario in plexiglass (che avrebbe potuto sostenere non più di venti chili), dal quale sprofondò, era rivestito da eternit. La professionista non poteva saperlo e cadde da un’altezza di sette metri. I soccorsi furono inutili. Giunti sul posto i sanitari del 118 non poterono fare altro che accertarne il decesso.

Al banco degli imputati Adelchi Sergio ci finì in seguito a un’imputazione coatta dell’allora gip Ines Casciaro che accolse l’opposizione dei familiari (avanzata attraverso l’avvocato Massimo Bellini) alla richiesta di archiviazione. Erano già stati rinviati a giudizio il figlio (anche nei suoi riguardi fu disposta l’imputazione coatta da parte del gip Vincenzo Brancato) e Davide Scarantino, l’amministratore delegato della Sun System che fu poi assolto “per non aver commesso il fatto”.

Gli imputati erano difesi dagli avvocati Giulio De Simone, Giuseppe Russo e Francesco Paolo Sisto.

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