L'intervista: “Mia madre Renata Fonte, prima politica italiana uccisa dalla mafia”

In occasione della Festa della Donna, la storia straordinaria della donna uccisa nel Salento, ripercorsa insieme alla figlia che difende con forza la sua memoria

Renata Fonte.

LECCE - Chi s’imbatte solo ora per la prima volta nella storia di Renata Fonte deve sapere che questo viso dallo sguardo tenace diventerà un’immagine difficile da scordare.

Lo sappia il viaggiatore, se e quando ‘lu sule, lu mare, lu jentu’ del gettonassimo Salento lo condurranno fino al parco naturale di Porto Selvaggio, un incanto di 1121 ettari tratteggiato da pinete e coste rocciose nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce. 

Lo sappia lui, e lo sappia pure chi resta là dov’è adesso, seduto a guardare attraverso i social le foto postate dagli amici fomentati da pizzica e tamburelli.

Perché quando una vita viene dedicata alla libertà di un luogo a costo del più estremo sacrificio, quando viene spesa per il benessere delle persone che ci abitano, votata all’esercizio del diritto comune di godere di aria, terra e mare anche solo per un attimo, allora diventa esistenza collettiva, e Porto Selvaggio diventa ogni spazio, ogni territorio, ogni persona da proteggere contro abusi, violenze e prepotenze. 
  
Oggi è la Festa della Donna, e oggi tutte le donne le vogliamo celebrare attraverso lei, attraverso la vita brevissima eppur formidabile di una di loro: Renata Fonte, assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del comune di Nardò che il 10 marzo avrebbe compiuto 67 anni se tre colpi di pistola non l’avessero uccisa il 31 marzo 1984, per essersi opposta alle lottizzazioni cementizie sulla zona di Porto Selvaggio, mettendosi di traverso a quella che la sentenza di condanna dei colpevoli ha definito “ignobile fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili, ‘benestanti’”.

Renata Fonte è stata riconosciuta vittima di mafia nel 2002. A lei il ciclo ‘Liberi sognatori’ in onda su Canale 5 ispirato al coraggio e all’impegno civile contro la mafia di uomini e donne, ha dedicato la fiction ‘Una donna contro tutti’.

Per ovvie esigenze narrative, la trasposizione televisiva non è potuta entrare nel dettaglio di una storia che conoscere nella sua completezza fa bene all’anima. Prima ancora che per la vicenda giudiziaria dai torbidi risvolti relativi ai colpevoli del suo omicidio, questa “è storia del coraggio e dell’altruismo di una donna capace di sacrificare tutto, anche la vita, nell’inseguimento dei propri ideali (…) per affermare e garantire gli interessi e i diritti della collettività che l’aveva eletta a suo rappresentante”, usando le parole dell’ex Procuratore antimafia di Palermo Gian Carlo Caselli nell’introduzione al graphic novel ‘Nostra Madre Renata Fonte’ di Ilaria Ferramosca e Gian Marco  De Francisco. 

Con Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte, che con la sorella Sabrina tiene accesa la memoria della madre e dal 2000 opera attivamente nell’associazione contro le mafie ‘Libera’ fondata da don Luigi Ciotti, abbiamo ripercorso i momenti più salienti della vicenda personale e poi giudiziaria successiva alla morte di una delle prime donne in politica negli anni Ottanta. Che poi è quella di una moglie e soprattutto di una mamma a cui è stato impedito di veder crescere le proprie figlie. 

La verità processuale 

Per l’omicidio di Renata Fonte sono stati esperiti i tre gradi di giudizio (la sentenza della Corte d’assise di Lecce del 16 marzo 1987 è stata confermata dalla Corte d’appello il 5 febbraio 1988 e da quella di Cassazione dell’8 novembre 1988). A commissionarlo è stato Antonio Spagnolo, primo dei non eletti nella lista del Partito Repubblicano nelle elezioni comunali del 1982, battuto proprio da Renata Fonte che militava nello stesso partito. 

Condannato all’ergastolo, i giudici hanno definito Spagnolo “un uomo capace dunque di passare - letteralmente! - sul cadavere del suo avversario pur di raggiungere un obiettivo: è il trait d’union più idoneo anche per quella ignobile fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili, ‘benestanti’ che attraverso di lui cercano di realizzare sempre più grandi profitti”. 

Insieme a Spagnolo, sono stati condannati gli esecutori materiali Giuseppe Durante e Marcello My, il mandante di secondo livello Mario Cesari che commissionò loro l’omicidio per conto di Spagnolo, e il mediatore Pantaleo Sequestro. 

Stando alla verità processuale, l’assassinio di Renata Fonte non è di tipo mafioso: i cinque condannati furono accusati di concorso in omicidio, non di associazione mafiosa. Solo nel 2002 la Commissione del Dipartimento Affari Civili del Ministero dell’Interno riconosce a Renata Fonte il carattere di vittima di criminalità mafiosa.

Signora Matrangola, quanto nella fiction ‘Renata Fonte - Una donna contro tutti’ corrisponde al vero e quanto invece è stato omesso della storia di sua madre? 
 
La fiction che ha sicuramente il merito di aver fatto conoscere la storia della mamma a circa tre milioni di spettatori, strumento potentissimo di diffusione di quella memoria che noi faticosamente coltiviamo ogni giorno, ha avuto alcuni limiti dovuti ad esigenze di copione e durata. Il personaggio della mamma risulta un po' appiattito. Non si dice che era un’insegnante, che era impegnata nella società civile, che denunciava le paventate lottizzazioni sul parco di Porto Selvaggio attraverso Radio Nardò Uno, che era accanto ad altri attivisti del comitato di tutela e salvaguardia di quel parco. Non emerge la sua personalità "a tutto tondo", insomma, perché amava anche dipingere e scrivere prose e poesie dedicate alla sua terra. Ma più di tutto manca il riferimento allo zio Pantaleo Ingusci, l’ispiratore del suo impegno, storico di Nardò da cui aveva ereditato lo spirito mazziniano e a cui succede nella segreteria cittadina del partito repubblicano diventando il primo assessore, per di più donna

Quindi sua madre non entrò in politica per realizzarsi professionalmente?

Assolutamente no. Renata non considerava la politica come strumento per fare carriera, come potrebbe apparire dalla fiction, ma come un modo per spendersi in prima persona per la sua Nardò. Ed è proprio per quello spirito di servizio e di abnegazione al proprio dovere istituzionale che diventa suo malgrado leader di un movimento di pensiero che aveva capito come nel Salento stessero attecchendo i sistemi di una cultura mafiosa. La sua coscienza democratica e la sua onestà intellettuale diventano il nemico da colpire da chi, invece, intendeva la politica come mezzo per raggiungere i propri interessi e asservire un certo tipo di potere. È stata una donna molto lungimirante. Aveva intuito come le complicità attive e passive fossero un modus operandi fra amministrazione pubblica e sistemi clientelari, fra mafia e politica.

Dalla storia raccontata in tv emerge una figura molto determinata, indipendente e straordinariamente lontana dalla visione della donna tutta casa e famiglia che nei primi anni Ottanta era predominante soprattutto nel Sud Italia. E in effetti da quello che lei racconta, si direbbe che sua madre fosse una donna ‘bella tosta’…

La fiction ha certamente il merito di aver messo in luce la lungimiranza di una donna - una delle prime donne in politica al sud, 34 anni fa! - in un contesto sociale dominato dai forti retaggi di una cultura maschile. Era una donna che tutelava i diritti delle donne, era iscritta all’Unione Donne Italiane e seguiva le attività del Consultorio locale. E questo molto prima che arrivasse la la legge contro lo stalking, la violenza domestica, il femminicidio e pure l'istituzione dei centri antiviolenza.

Poche ore dopo la messa in onda della fiction sui social è nato un dibattito seguente ad un post pubblicato su Facebook da suo padre, Attilio Matrangola, che ha parlato di “notevoli distorsioni della verità storica” e ha dichiarato che voi figlie, pur di riproporre la memoria della vostra mamma, avete prestato poca attenzione alla qualità del prodotto finale. Il suo commento?

Come ho già avuto modo di chiarire, non commento le spiacevoli affermazioni di mio padre. Dico solo che fortunatamente, nonostante la volontà di molti di dimenticare perché fa più comodo, sono tante le persone che considerano Renata un esempio da seguire. Noi figlie non abbiamo mai chiesto a nessuno di raccontare la sua storia, lo facciamo ogni giorno in prima persona. Siamo sempre state contattate da altri quando si è trattato di scrivere di lei, di fare un film di dedicarle scuole, vie, piazze… Noi - ci tengo a dirlo - non collaboriamo sempre con chi ci chiede di ripercorrere la storia della mamma perché sappiamo che i rischi di strumentalizzazione sono in agguato. 

Voi familiari siete stati contattati dalla produzione televisiva?

Sì. E siccome non amo il prodotto ‘fiction’ quando sono stata contattata da Pietro Valsecchi (produttore di Taodue, società di produzione televisiva che ha realizzato la fiction per Canale 5, ndr) per informarmi che avrebbe raccontato la storia della mia mamma e di altri "eroi borghesi" in tv ero terrorizzata. Mio padre da subito si è rifiutato di parlare con la sceneggiatrice e ha preso le distanze. Io ho deciso di collaborare per fare la mia parte, per non trovarmi a dover dire alla fine “il film non mi è piaciuto e io non ho fatto niente!”. E, mi creda, questa collaborazione è stata tutt'altro che semplice. Ricostruire i fatti con la sceneggiatrice che è venuta a Nardò per conoscere i luoghi e gli affetti di Renata, ascoltare i ricordi delle sue amiche, venire a conoscenza di dettagli anche processuali fino ad allora ignorati, rivedere le immagini dell’omicidio (all’epoca Viviana aveva 10 anni, ndr), sono state situazioni che mi hanno tolto il sonno per mesi. Per me è significato rielaborare il lutto con la consapevolezza di una persona adulta e di una mamma quale ora sono. Mi è costato dolore e fatica, la stessa che serve per consumarsi nell'impegno di mantenere viva la memoria. Ci tengo a dire che sulle scelte narrative, interpretative, di regia, montaggio e produzione non ho avuto alcun peso: non ho firmato alcuna liberatoria e nessuno ha ricevuto alcun compenso. Fare memoria per noi familiari delle vittime di mafia è un onore, dare voce a chi non ha più voce è l'unico scopo, l'unica ricompensa! Se abbiamo scelto di collaborare è stato per un dovere di memoria e di verità. Verità che ancora oggi viene distorta. 

Da chi? Chi può avere tutt’ora l’interesse ad alterare qualcosa?

Chi ci tiene a detergere la propria immagine, a negare il carattere mafioso del delitto perché questo significherebbe ammettere complicità e connivenze con un sistema che, quando Renata è stata uccisa, non era limpido e trasparente. Quello di mia madre è stato il primo delitto politico, mafioso, nel Salento, ai danni di una donna: che piaccia oppure no.

Una verità processuale c’è: la Cassazione ha individuato e condannato i colpevoli dell’omicidio di Renata Fonte. Ma la “fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili e ‘benestanti” di cui Spagnolo si è fatto “trait d’union” secondo sentenza, non è mai stata individuata. Lei che idea si è fatta in proposito?

Alcuni passaggi della sentenza fondamentali dicono che sicuramente il movente è legato ad una speculazione di Porto Selvaggio, perché Renata stava facendo perdere centinaia di milioni a chi aveva interesse. Spagnolo si è reso strumento consapevole mosso da un risentimento personale, ma anche da interessi più vasti. Questa è la verità processuale. Il movente è chiarissimo: Renata Fonte è stata uccisa per essersi opposta ad una speculazione edilizia. Ma ci sono persone che ancora adesso continuano a voler derubricare l’omicidio a un movente politico mettendo in discussione l'autorevolezza dei giudici e interpretando la sentenza a loro piacimento.
  
“Persone”: a chi si riferisce?

Sono persone che sedevano nel consiglio comunale di Renata che come minimo hanno la responsabilità di averla lasciata sola, di averla osteggiata e calunniata pubblicamente, e questo è agli atti dei consigli comunali. Sono le stesse persone che oggi ipocritamente scrivono sui giornali "Renata noi non ti dimentichiamo", ma continuano ad offendere la sua memoria e le sue figlie. Mi accusano di portare avanti la memoria di mia madre come vittima di mafia, qual è riconosciuta dallo stato italiano, sostenendo che l'omicidio ha "solo" un movente politico… Mi scusi, ma selezionare una classe politica per asservire ad un determinato potere (Spagnolo che doveva essere eletto al posto di Renata per agevolare certe situazioni) non è mafia? Quelle persone sono le stesse che si indignano quando don Luigi Ciotti viene a Nardò a ricordare la mamma e invoca la pedata di Dio per smuovere le coscienze, come fa sempre in ogni incontro. Nessuno mai si è indignato di quelle parole, tranne a Nardò. Questa cittadina, invece di accogliere l'invito a graffiare le coscienze per cercare verità e costruire giustizia, si offende. Perché dicono ‘Nardò non è una città mafiosa’… Ancora oggi c’è chi si ostina a dire che Porto Selvaggio non c’entra niente con la sua morte, perché c’era una legge del 1980 (la legge regionale n.21 del 1980 che attribuiva a Porto Selvaggio il carattere di ‘parco naturale attrezzato’, ndr) che lo tutelava. Ma quella era una legge ambigua per la stessa definizione che dava del parco "attrezzato", e poi non definiva le aree di rispetto. Anche i giudici di Cassazione smontano completamente questa linea di difesa degli imputati. Negli anni ’83 e ’84 si giocava la partita, era allora che quella Commissione doveva stabilire con esattezza quali appezzamenti far rientrare o meno nella tutela del parco. È chiaro che le manovre speculative potevano essere fatte allora. Dunque, il fatto che ci fosse una legge non tutelava assolutamente il territorio. 

Perché fino ad ora non si è potuto accertare quei nomi e quei cognomi? 

Dovrebbe esserci qualcuno che introduca nuovi elementi. Qualcuno che parli o che si penta. Intanto, che io sappia, Spagnolo è morto, e ha più volte cercato di parlare ma è sempre stato messo a tacere. Durante è in carcere per altre condanne per associazione mafiosa (l'omicidio Fonte fu propedeutico per lui per andare nell'organizzazione) e non so quanto gli convenga parlare o quanto sappia, perché probabilmente davvero non sa chi c’era dietro Spagnolo. Per esempio, non sono mai stati tracciati i denari con cui Spagnolo avrebbe pagato l’omicidio. Ci sono state delle lacune, molte. Ci sono state delle persone che a un certo punto sono entrate nell’istruttoria e poi sono sparite e non si sa perché. Ci sono state delle cose che non sono state approfondite.

Voi, come familiari, avete dei dubbi su chi potrebbe esserci dietro?

Noi crediamo ai giudici che parlano di soci occulti, e potrebbero essere più di uno, referenti politici e imprenditori. Il problema è che proprio perché si trattava di persone potenti dal punto di vista politico, il caso è stato chiuso. Per cui, lasciamelo dire, qui c’è una connivenza a diversi livelli: politica, giudiziaria e massoneria. Ma noi non ci fermiamo! È necessario fare chiarezza, fugare ogni dubbio, fare una ricostruzione della verità, lo dobbiamo a Renata prima che a noi stessi. La fiction se un merito ha avuto al di là del gradimento, è stato quello di smuovere le coscienze, di porsi degli interrogativi, di creare dibattito intorno alla vicenda. La sera della messa in onda sui social tutti pubblicavano foto di Porto Selvaggio… Mio marito l’ha definita “una fiaccolata virtuale".

Lei e sua sorella siete impegnate in prima linea affinché l’esempio di Renata Fonte resti vivo e sia conosciuto dalle nuove generazioni, italiane e non solo… 

Nel 2006, a New York, in qualità di responsabile di Libera Memoria e referente per i familiari delle vittime di mafia, ho rappresentato l’Italia ad una conferenza mondiale organizzata da Peaceful Tomorrow, associazione dei familiari delle vittime dell'attentato delle Torri Gemelle che hanno rifiutato la guerra come risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre. Lì ho avuto modo di confrontarmi con le varie esperienze di violenza nel mondo, abbiamo costituito un Global Network for Peace, ho parlato di Renata alle Nazioni Unite quando ancora a Nardò suscita sdegno. In quella occasione ho conosciuto Marcia Scantelbury, giornalista cilena arrestata e torturata sotto il regime di Pinochet. La sua storia è quella di Blanca del libro ‘La casa degli spiriti’ di Isabelle Allende. Marcia mi ha detto che negli anni Ottanta in Cile Renata Fonte era un simbolo per le donne cilene. Un po’ come quando io e mia sorella descriviamo Berta Caceres (attivista honduregna per i diritti sociali e ambientali del Copinh, uccisa il 3 marzo 2016 per la sua attività di opposizione alla devastazione del territorio legata a una maxidiga finanziata da colossi occidentali, ndr) che lottava per difendere il suo fiume sacro, perché difendere il suo fiume significava difendere tutti i mari del mondo…  Un po’ come dire che Renata, tutelando e difendendo Porto Selvaggio, ha difeso e tutelato il fiume sacro di Berta e il suo lontano Honduras.

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