Morte in carcere, prime conferme sul suicidio. Resta il nodo dei farmaci

Il 32enne di Lizzanello trovato morto in cella, aveva assunto i medicinali adeguati, considerando la sua instabilità psichica?

LECCE – Si è svolta in giornata l’autopsia sul corpo di Matteo Luca Tundo, il 32enne di Lizzanello trovato morto in una cella d’isolamento del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, dov’era stato confinato in seguito all’arresto eseguito dai carabinieri per via di un’evasione dai domiciliari. A eseguirla è stato lo specialista Roberto Vaglio, designato dal pubblico ministero Giovanni Gallone, alla presenza della consulente incaricata dalla famiglia, il medico legale Sara Sablone.

Il decesso, stando alle prime constatazioni, sarebbe compatibile con il suicidio provocato da impiccagione. Il giovane si sarebbe procurato la morte usando alcune lenzuola e creando così una sorta di rudimentale corda. Ma non è questo l’aspetto più rilevante. La famiglia, rappresentata dall’avvocato Roberto De Matteis – una denuncia è stata presentata dalla madre – intende capire se Matteo abbia ricevuto o meno un trattamento terapeutico. L’avrebbe indicato senza indugio la stessa madre, al momento dell’ingresso in carcere del figlio, tanto da proporsi di lasciare alcuni medicinali, per stabilizzare le condizioni del giovane; cosa impossibile, senza una prescrizione medica.

Considerando il probabile lo stato d’astinenza da cocaina (sembra che la fuga stessa, usando l’auto della madre, sia stata alimentata proprio dalla ricerca della sostanza), l’instabilità psichica e quanto rilevato dal 118 al momento dell’arresto eseguito dai carabinieri dopo un inseguimento, un forte stato d’ansia e vertigini, per la famiglia un trattamento sarebbe stato più che auspicabile: un dovere. Ma per avere un quadro preciso, bisognerà attendere l'esito delle analisi e il deposito di una relazione.

Il decesso risale alle 22 circa del 23 maggio. Inutile l’intervento degli agenti di polizia penitenziaria e dei medici del 118, arrivati in carcere per soccorrerlo. Vano ogni tentativo di rianimazione. E quello del giovane salentino, è stato solo l’ultimo caso in ordine di tempo, nelle carceri pugliesi. “Un bilancio che lascia amarezza e perplessità in un quadro sempre più drammatico”, ha commentato ieri Domenico Mastrulli, segretario nazionale della federazione sindacale del  Cosp. “La polizia penitenziaria, il cui organico è ormai allo stremo, paga il prezzo più alto in termini di carichi di lavoro dovuti all’incremento dei servizi di controllo delle postazioni in rapporto all’elevato numero di reclusi da sorvegliare per garantire la sicurezza di tutti”.

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