Litoranee e uliveti in fiamme, la mano criminale che agisce nell'impunità

Ieri a Porto Badisco un inferno durato otto ore, con case a rischio. Oggi, centinaia di alberi devastati. Si fermerà mai lo stillicidio?

Un'immagine degli interventi di ieri in zona di Porto Badisco.

LECCE – Raccontano che ieri, a Porto Badisco, uno dei luoghi nel Salento che si contende il mito dell’approdo di Enea, le fiamme si fossero addentrate talmente tanto nel caseggiato sparso che, se i vigili del fuoco e i vari operatori volontari non avessero fatto da scudo con ogni singola goccia d’acqua a disposizione nei loro idranti, avrebbero rischiato di scendere verso il porto, raggiungendo centinaia di bagnati e le loro autovetture. Le conseguenze, inimmaginabili. E questa non è leggenda.

Quanto avvenuto ieri su uno dei tratti di litoranea probabilmente più belli al mondo, è lo specchio di un fenomeno duro a morire, che si ripete all’infinito, ogni estate. Una lotta forsennata contro qualcosa che sta al confine fra malcostume e criminalità, e che ha un solo nome: uomo. Perché c’è la sua mano, quasi sempre, nell’inferno scatenato fra sterpaglie e macchia mediterranea. Inutile girare attorno, specie quando i focolai divampano da più parti e ci si ritrova a lottare su tre, quattro, cinque fronti. Non può essere altro che dolo.

Impossibile chiamare un Canadair

La conformazione di un luogo come Badisco, poi, è un ostacolo nell’ostacolo. Il fuoco, ieri, nel suo audace cammino, divorando interi ettari di vegetazione (almeno una cinquantina) e venti, forse trenta pali delle telecomunicazioni, dalla strada di Uggiano la Chiesa fino a Torre Sant’Emiliano, girava attorno a diverse fra le abitazioni che spuntano qua e là nei punti più distaccati dal borgo. Impossibile, allora, richiedere anche un Canadair. L’acqua lanciata da un mezzo aereo non è proprio come una secchiata. Viaggia a tale velocità che può provocare danni alle strutture, persino uccidere qualcuno.

E allora, è stata una lotta durata ore, non meno di otto, dalle 10 del mattino alle 18, che ogni singolo soldato ha affrontato sul campo questa volta senza il conforto della cavalleria dell’aria. Dilatando a dismisura le difficoltà a ogni ripresa del vento, che coincideva con un ravvivarsi di fiamme solo in apparenza domate e invece pronte a risorgere all’improvviso.

Squadra di vigili del fuoco da Maglie e da Lecce, con il supporto della boschiva, dell’Arif e della protezione civile. L’esercito ha affrontato la prova continuando a oltranza anche davanti agli imprevisti, come quando è scoppiata una gomma a un’autopompa serbatoio. E già i mezzi sono pochi e spesso obsoleti. Si rischia a volte di vederli collassare sotto gli occhi.

Ulivi in fiamme: il fenomeno del momento

Tutto questo, solo pochi giorni dopo il caso di Castro e, a seguire, con un’altra giornata – quella di oggi - torrida, sotto ogni punto di vista. Ancora l’uomo di mezzo, e questa volta a far fuori ulivi già piagati dal disseccamento. Ormai abbandonati a se stessi, i patriarchi della terra sembravano quasi urlare dal dolore, nelle forme avvolte su stesse che la natura ha disegnato per i loro tronchi, mentre ardevano senza pietà.

Almeno duecento quelli carbonizzati nella zona di Tricase, ai quali aggiungere gruppi di altri quaranta-cinquanta alla volta fra Ugento, Lecce, e altri punti della provincia. E’ il fenomeno del momento, quello degli ulivi in fiamme. E chi lavora sul campo contro gli incendi lo sa bene. Un problema, ci permettiamo di suggerire, che le autorità dovrebbero iniziare a prendere in seria considerazione. Sono delitti che non possono rimanere impuniti per sempre. 

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