Una vita, mille anime: Luca, l'instancabile vulcano dal cuore puro

Uno dei più noti fornai di Lecce, continuatore di un'attività storica. Ma anche fotografo, giocatore e arbitro di biliardo e molto altro. L'amore per la famiglia, il porto franco dopo mille avventure. Il suo entusiasmo, contagioso

Un messaggio nel cuore della notte. Un giornalista ci fa l’abitudine. Un’occhiata, è di una fonte riservata. Recapita una notizia, e se lo fa a quell'ora, dev’essere di quelle che non possono attendere un istante in più. Apro e il sangue si raggela nelle vene.

Leggo e rileggo. Rileggo ancora. Chiamo la fonte. “Ma cosa mi stai dicendo… ti rendi conto di quello che mi stai dicendo?” Il tono grave, cade subito la segreta speranza dello scherzo idiota fatto girare ad arte, dell’errore, dello scambio di persona. Tutto coincide, anche quella strada maledetta che percorreva spesso, a tarda ora. Qualche altro messaggio, la conferma contemporanea dalla famiglia e da fonti ufficiali. E il dilemma di chi ha scelto un mestiere a volte così cinico, involontariamente spietato, che si affaccia fra le lacrime. L’istinto maledetto del cronista, una seconda pelle. Vado? Scrivo? Mando qualcuno? Sto mancando di rispetto solo a pensarlo?

Penso in quel momento a lui, sì, proprio a lui, a Luca che ci ha appena lasciato e ancora qui non ci crediamo, a Luca che non era un giornalista, ma che pure aveva assorbito dai ragazzi della redazione l’aria, i tempi, la necessità del mestiere d’informare. Se non scrivessi – mi ripeto -, mi riprenderebbe lui per primo, mi richiamerebbe alle mie responsabilità. E se non mi procurassi un’immagine, poi, proprio lui, che era fotografo, mi tirerebbe pure le orecchie. Ok Luca. Chiamo Antonio e veniamo da te.     

Il rapporto con Luca andava ben oltre la collaborazione esterna con il giornale. Era un amico vero per tutti coloro che lo conoscevano profondamente. Non uno qualunque. Un confidente sincero, un uomo leale, un gigante nelle forme che avrebbe potuto incutere anche timore con quel faccione da bullo. Così l’aveva disegnato Dio, ma in realtà aveva un cuore d’oro, la gentilezza era il suo tratto distintivo. Ed era un entusiasta come sa esserlo solo un bambino che scopre il mondo.

Perché lui era così. Guardava al mondo con la curiosità di chi ha mille anime interiori e vorrebbe portarle tutte a galla. Non solo conoscere “qualcosa”. Ma farla sua, praticarla, emergere. Per divertire e divertirsi. Perché la vita è una cosa seria, certo, ma bisogna saperla prendere come viene e giocarci anche su.

Ecco, allora, la passione per la fotografia, i corsi, l’acquisto di costose macchine professionali. Ricordo quando una sera, a Sant’Oronzo, poco prima d’immortalare i fuochi, gli sfuggì dalle mani una Nikon da non so quanti mila euro. Il dolore e la paura, come fosse cascato un neonato. Dopo trovammo il modo di riderci sopra di gusto. Ed ecco, poi, quella per il biliardo. Le prime gare, i libri per apprendere tattiche e geometrie, e, non pago di aver imparato a giocare in breve in modo tale da sfidare a testa alta persino i campioni (e non si fa per dire), ecco la decisione di diventare pure arbitro.

E non è tutto. Ecco anche l’entusiasmo nel fare da comparsa in una serie televisiva di prossima produzione. Così trascinante nel suo modo di essere, innamorato improvvisamente anche della cinematografia, da trasformarsi da semplice attore delle retrovie, sullo sfondo, particina ritagliata per lui, ad amico personale di regista e protagonisti, prossimo a studiare recitazione. Luca Capoccia, un vulcano in eruzione continua.

Ma la sua vita, il porto sicuro, erano la famiglia e l’attività. Una cosa unica, concentrata in un angolo di viale Alfieri. “Casa e putea”, si dice a Lecce. I genitori, da cui aveva imparato presto che solo con il sudore della fronte si ottengono i risultati, la sorella Monia, verso cui era protettivo (un tratto particolare di Luca: era protettivo verso chiunque amasse e così si comportava con gli amici più cari, ti avrebbe difeso a costo della sua vita), la moglie Anna. Non avevano avuto figli, ma il loro legame non ne aveva risentito. Ci sono coppie che esplodono per questo. Loro no, erano inossidabili e affiatati come non lo sono a volte nemmeno i fidanzatini freschi d’innamoramento. Luca, un passionale in ogni cosa. Con quel sorriso aperto, inconfondibile, contagioso.

La “Cornetteria di Notte” era il suo orgoglio. La costola dello storico forno “Da Raffaele”. Raffaele, suo padre, una roccia. Uno di quei lavoratori che oggi non li fanno più. Luca aveva imparato da lui il mestiere (ma direi l’arte, a certi livelli) del fornaio. Ben presto, doveva aver deciso che gli andava stretto. E così, come sarebbe stato in seguito per la fotografia, il biliardo, la recitazione, aveva deciso che ci dovesse essere un’evoluzione per l’attività commerciale.

Il trentennale locale aveva quindi trovato la sua nuova essenza in un doppio volto, fatto di una vita diurna e di una notturna. Diventando da un decennio il ritrovo, dopo il calar del sole, di chiunque cercasse il ristoro di un rustico, un cornetto, un pasticciotto. Discotecari e lavoratori notturni, coppie, comitive, famiglie in vacanza. La “Cornetteria” era un mondo così poliedrico che accanto avresti trovato, gomito a gomito, a gustarsi qualche prelibatezza, il ragazzo tatuato dalla testa ai piedi e il poliziotto in pausa durante il servizio notturno. 

Luca aveva il cuore di un leone, ma fragile di costituzione. Colto due volte da infarto, si era però ripreso sempre a testa alta. E così aveva fatto ogni volta che la “Cornetteria” aveva subito, nel tempo, qualche inevitabile flessione. La concorrenza, le mode, ogni tanto il pubblico si affievoliva. Allora, instancabile, si arrovellava il cervello per trovare una novità. Ed ecco che ideava, testava e sfornava sempre qualche ricetta. Apprendeva segreti da qualche pasticciere, perché il suo pallino era sempre quello di aggiornarsi, e via. Calamitava così nuove fette di clienti e il locale si riempiva di nuovo fino a formare code. Ultimamente, si era inventato la formula della “torteria”. Cannoli e crostate erano andate così ad affiancare la rosticceria classica e i cornetti.

Luca era generoso. Se ti voleva bene, c’era sempre una guantiera regalata. E non c’era verso di dire, no, basta, dai, non fare sempre così. La prendeva sul personale. Era capace di farti inseguire da uno dei dipendenti. Anche ieri sera, andando a giocare a biliardo a Minervino, era uscito dal locale con pasticciotti appena sfornati da offrire. Perché non aveva alcun vizio, se non quello di vivere appieno ogni cosa, essere se stesso e condividere tutto. Chi ha bisogno di tabacco, alcool e stupefacenti, se guarda al mondo con gli occhi gioiosi di un bambino? Luca era un puro. E ci mancherà. Sì, ci mancherà.  

Ciao, Luca. Il tuo entusiasmo sarà sempre la nostra guida. 

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