"Quell'uomo era morto. Una forza interiore mi ha spinto ad andare avanti"

Diciassette scariche di defibrillatore, un intervento oltre ogni limite. E il cuore che è tornato a battere. Ora un 50enne ha una chance che sembrava impossibile. La voce di due protagonisti

Quell’uomo era morto.

Inutile girare attorno alle parole, cercare una perifrasi. Era morto, andato, risucchiato in fondo alla galleria del Grande Ignoto. Johnny ha infilato una mano in quel tunnel, l’ha preso per l’ultimo, esile capello rimasto appeso, e l’ha riportato qui, fra noi.

Johnny (nella foto in basso), come lo conoscono tutti, è Egidio Giovanni Ape, ha 51 anni, è di Lequile. Infermiere con esperienza pluridecennale, prima in rianimazione, ora nel 118. Ne ha viste tante da poterne scrivere un libro. Eppure, non lo sa spiegare nemmeno lui, questa volta, come sia stato possibile. “Io sono molto credente. C’è stato l’intervento divino, ne sono sicuro”, sussurra. Un leitmotiv che ripete spesso, in quest’intervista, quasi non riuscendo a credere che ci sia stata proprio la sua dannata ostinazione  dietro a un salvataggio impossibile. E devono saperlo, coloro che venerdì sera erano lì, in cerchio, silenziosamente sospesi nel limbo,  attorno a una fetta di viale della Libertà, che non hanno assistito a un evento comune. “No, davvero. E’ stato eccezionale. Anche per me”, dice Johnny.

Perché? E’ presto detto. “Il primo segno per sapere se c’è morte cerebrale è il riflesso corneale”, spiega, con la voce spezzata dall’emozione. “E’ il test di morte cerebrale. Lo facevamo spesso, in rianimazione. Infili il guanto e metti un dito in un occhio per capire se si muovano la palpebra e il bulbo. E gli occhi non si muovevano. Io non so come abbia fatto a riprendere l’attività corneale. Sarà perché l’ho intubato, sarà perché l’ho collegato a un respiratore. Un respiratore nuovo, tra l’altro. Era arrivato in postazione il giorno prima. Fortuna che abbia letto il manuale nel tempo libero. Grazie a Dio non ho avuto difficoltà a usarlo”. Ecco, Dio, appunto e di nuovo. “Sì, la mano divina c’è”. Ma c’è anche la tua Johnny, e non è poco, fattelo dire. Anzi, le tue mani, che spingevano senza sosta su quel petto, che sembravano sostenute da braccia di acciaio. Ero lì, ho visto tutto.

"Ho insistito con le manovre. Non so perché"

WhatsApp Image 2019-06-16 at 15.45.18-2Piccolo excursus per chi ancora non conoscesse la vicenda. Lecce, venerdì sera, ore 20 circa. Un uomo esce dalla tabaccheria “Conversano” di viale della Libertà, attraversa per raggiungere l’auto, parcheggiata sul marciapiede opposto. E’ un istante. Crolla per terra. Interviene prima un passante e prova a fare il possibile. Partono le richieste al 118. Ed ecco che giungono loro, gli operatori in ambulanza. In pochi minuti. “Eravamo già nelle vicinanze quando è arrivata la richiesta dalla centrale operativa”, ricorda Johnny. “In quel momento eravamo solo io e l’autista”.  

La situazione era critica. E forse l’aggettivo non rende. Era disperata. E non rende nemmeno questo. La situazione non c’era. L’uomo, 50enne, residente a Lecce, era cianotico. “Ma ho insistito sulle manovre rianimatorie”. Johnny l’ha fatto contro ogni probabilità. Contro l’evidenza dei segni vitali nulli. Ha invitato una donna, fra i tanti che nel frattempo si erano fermati, a reggere una flebo. E ha deciso di prendere in mano la situazione. Ha deciso che il torace di quell’uomo lì, immobile, dovesse ravvivarsi sotto la spinta delle sue mani.  Ha deciso, semplicemente, che dovesse vivere.

“Non so nemmeno io perché ho insistito così tanto. No lo so. E' stato un miracolo”. Johnny si blocca un attimo, cerca le parole da qualche parte, in fondo all’anima, avverte che forse non ne esistono nel dizionario per descrivere le sensazioni dietro quell’infinita parentesi di manovre rianimatorie e iniezioni di adrenalina, e alla fine, trova la profondità dell’attimo nella semplicità di una singola frase: “Ho sentito una cosa dentro”.

Ancora un attimo di esitazione, e riprende il racconto. “Sì. Ero convinto che l’avrei ripreso, nonostante fosse blu già al nostro arrivo. C'era una forza interiore che mi spingeva. E dentro di me ripetevo: ce la deve fare, ce la deve fare”. E così, l’intervento si è dilatato in un tempo infinito in cui sono accaduti eventi che tracimano oltre la casistica. “E’ raro arrivare alla diciassettesima scarica di defibrillatore. A me, di sicuro, non era mai successo, né in rianimazione, né in tutti questi anni di 118”.

"Ho avvertito una forma di empatia. E ho pregato Dio"

Quanto sarà trascorso? Mezzora? Quaranta minuti? Cinquanta? Un po’ tutti hanno perso la cognizione del tempo. “In genere proviamo per i canonici venti minuti, o fino a esaurimento delle forze, come da manuale, e poi sospendiamo, dovendo documentare con il tracciato che l’elettrocardiogramma è piatto”. Ma venerdì le forze sembravano interminabili. Le braccia continuavano a piegarsi sul petto e risollevarsi, piegarsi e risollevarsi, spingendo ancora e ancora.

“Ho avverto una forma di empatia fra me e il paziente. E ho invocato l’intervento divino. Sicuramente c’è stato, perché io – si schermisce Johnny - non ho fatto nulla di eccezionale”. In realtà, il suo intervento è stato quasi maniacale nell’applicazione. Come per l’intubazione, che non sempre si adotta. E all’improvviso, qualcosa è cambiato. E’ successo ciò che molti fra i presenti – una folla che aumentava di minuto in minuto -, ipnotizzati, non credevano sarebbe stato possibile. “Quando ho visto che il ritmo è diventato sinusale (cioè, si è avuto un innalzamento della frequenza cardiaca al di sopra di cento battiti al minuto, Ndr), ho deciso sospendere per un attimo l’erogazione del massaggio cardiaco e constatarlo di persona. Ho capito in quel momento che poteva esservi stato all’origine un problema di natura cardiologica. E ho anche capito che era il momento di portarlo via. L’abbiamo fatto salire in ambulanza. Lì c’è stata l’ultima scarica, la diciassettesima. Mentre abbiamo continuato il massaggio fino all’arrivo al pronto soccorso”.

Ed è al pronto soccorso del “Vito Fazzi” che Johnny è crollato. “Mi sono messo a piangere, tanta la tensione accumulata. Avevo persino sensi di colpa, il timore di aver tralasciato qualcosa. Era come se avessi iniettato l’adrenalina dentro me stesso. Quella notte non ho dormito”. E sensi di colpa, Johnny, non ne deve certo nutrire. Perché nelle scorse ore, in rianimazione, è stata ridotta anche la sedazione. Il 50enne, a quanto pare, muove gli occhi e gli arti, ha risposte agli stimoli. Dietro ci deve essere anche una certa tempra. Perché se non si è attaccati alla vita, non bastano cento Johnny. Ma il suo intervento, e non solo, ha fatto la differenza.

Il passante: "Ho sentito che dovevo intervenire"

Antefatto. Prima che il gruppo di Johnny arrivasse sul posto, è intervenuto un passante. Andrea De Filippi, 42enne, leccese. Era nella tabaccheria, proprio davanti a quello sconosciuto che ha acquistato qualcosa, un pacco di sigarette, un bomboletta di gas, gomme da masticare. Poi è uscito. “Io ho preso il solito gratta e vinci da portare ogni tanto alla mia compagna, poi l’ho visto accasciarsi vicino alla sua Alfa Romeo bianca. Non capendo il dramma che si stava consumando, pensavo fosse inciampato”.

Ma Andrea si è avvicinato, ha detto qualcosa. E ha visto che l’uomo non rispondeva. “Stava diventando cianotico, con le labbra viola ed era completamente inerme”. Non ci ha pensato un attimo. Ha capito in quel preciso momento come fosse l’unico a poter fare qualcosa e in un secondo ha rispolverato dalla cassetta dei ricordi il corso di primo soccorso frequentato in passato. “Ma la teoria è sempre mostruosamente difficile da mettere in pratica”, ricorda Andrea, che pure non s’è tirato indietro. “Ho aperto la sua bocca, l’ho girato, gli ho estratto la lingua, e ho effettuato con tutta la forza che avevo un massaggio cardiaco”. Ma, niente, non riprendeva conoscenza. “Mi sono rassegnato a quanto siamo piccoli e insignificanti”. Poi, poco dopo, ha sentito le sirene e ha iniziato a urlare con tutte le forze per richiamare l’attenzione, invocando subito un defibrillatore.

Andrea ha assistito all’immediata iniezione di adrenalina e ad altre manovre, pregando Dio che quell’uomo, mai visto prima, si potesse salvare. E quando ha letto su LeccePrima com’era andata a finire, ha tirato un sospiro di sollievo. “Se quel poco che ho fatto ha aiutato i soccorsi successivi, potendo salvare la sua vita, può solo rendermi felice. Grazie a chi mi ha messo alla prova e mi ha dato il coraggio di mettere le mani dove mai avrei immaginato in un normale venerdì di giugno”.

Una chanche oltre ogni previsione

E ora, sì, quell’uomo, ha davvero una chance contro ogni previsione. Di mezzo, s’è messo qualcosa di speciale, quella solidarietà umana che porta a vedere un fratello in uno sconosciuto. Johnny, prima ancora Andrea, ma anche l’occasionale cornice di pubblico che intorno non osservava con morbosità, ma attendeva con sincero trasporto emotivo che si compiesse un miracolo, sembrano quasi una magia, in tempi che molti giudicherebbero bui, intrisi di rabbia ed egoismo. E invece, sono segnali concreti che è silente nei più una forma di solidarietà di cui si è a volte inconsapevoli portatori sani, che nasce dall’insondabile legame fra destini, ed è pronta a manifestarsi in maniera inaspettata. Magari, proprio quando un evento drammatico spezza all’improvviso il cuore della quotidianità.

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