Droga, fra guerre ed emergenti: così cambiano i vari assetti mafiosi

La Scu è frammentata, ma il clan Tornese resta egemone. L'ascesa degli albanesi. Le infiltrazioni nei Comuni e nel tessuto economico. E poi, criminalità comune e sanguinose sparatorie. Cosa emerge dalle attività antimafia

LECCE – Fiaccata la Sacra corona unita dai numerosi colpi assestati, con le nuove collaborazioni di affiliati che ne stanno ulteriormente minando la base, lo scenario delle consorterie criminali di stampo mafioso sullo scacchiere della provincia di Lecce appare oggi che più mai disorganico e fluido. Manca la presenza fisica dei leader carismatici, diversi fra i quali, comunque, starebbero continuando a tessere trame dalle carceri, sfruttando le ambizioni dei cosiddetti luogotenenti, siano essi parenti o giovani rampanti. 

Ma non solo. Alcuni vuoti di potere stanno portando anche verso vere e proprie guerre cruente, come non se ne vedevano da tempo nel Salento, specie per il controllo delle piazze della droga. Ed è quanto accaduto a Melissano. Basti pensare all’omicidio di Francesco Fasano, appena 22 anni, preceduto di pochi mesi da quello di Manuel Cesari, 37enne, deceduto dopo tre giorni in ospedale. Entrambi caduti sotto impietosi colpi di pistola.

O, ancora, sempre per il declino dei vecchi boss, si sta assistendo all’infiltrazione in aree lucrose, come nel territorio gallipolino, e specie d’estate, di consorterie criminali provenienti da altre regioni. Fortemente compromesso il clan Padovano da un’azione giudiziaria dirompente, attirano come il miele altri gruppi gli incessanti flussi di denaro e l’indotto del turismo: strutture balneari, servizi di security, guardiania e parcheggi.

Per non parlare della sempre più invasiva e capillare infiltrazione della criminalità albanese nel tessuto locale, tanto che proprio ieri si rilevava nel corso dell’operazione “Fiori di primavera” come in molti casi gli italiani si stiano ritrovando oggi in condizione subordinata, rispetto a chi regge i traffici di stupefacenti e armi nel dirimpettaio Paese delle Aquile.

Il clan Tornese è sempre il più forte

C’è questo e molto altro, nella relazione del ministro dell’Interno al Parlamento sulle attività e i risultati della Direzione investigativa antimafia, per il primo semestre del 2018. Una puntuale e corposa disamina delle criminalità organizzata in Italia. Con un capitolo di cinque pagine dedicato alla situazione salentina. In cui, fra i vari temi, si evincono diversi aspetti. Fra tutti, il perdurante predominio dello storico clan Tornese, pur nelle difficoltà attuali, che riguardano tutti i gruppi, e poi il tentativo di rimodulare gli affari, con infiltrazioni sia nel tessuto economico, sia nel mondo politico.

1sem2018-3Esiste però un altro aspetto, che la relazione non trascura, ed è quello legato alla criminalità comune, cioè alle bande non necessariamente collegate alle organizzazioni mafiose. Alcuni passaggi, dunque, questa volta sono dedicati anche a diversi episodi che disegnano uno spaccato interessante sulla necessità di un controllo forte del territorio non solo sotto il profilo strettamente mafioso. Per dirne solo una, soprattutto lo scorso anno, vi è stato un vero e proprio boom del fenomeno degli assalti ai bancomat.   

Uno dei capisaldi della relazione riguardante il periodo gennaio-giugno del 2018 è l’operazione “Orione”. Una lente d’ingrandimento sugli schemi classici delle associazioni di tipo mafioso: alleanze e contrasti, in base ai quali cambiano gli assetti, ma non il modus operandi, consolidato, di controllo del territorio. Con droga ed estorsioni come principali traini e il ruolo determinante, già visto in altre occasioni, tanto da non essere più una novità, delle donne, chiamate a occuparsi anche degli aspetti organizzativi ed economici.

Interessante, poi, il passaggio sul clan Tornese, per gli inquirenti ancora oggi “l’organizzazione più strutturata dell’intero circondario salentino”. Ovvero: “Da Monteroni di Lecce risulta egemone, tramite propri fiduciari, anche nei territori di Guagnano, Carmiano, Veglie, Leverano, Arnesano, Porto Cesareo e Sant’Isidoro, ed esercita la sua influenza criminale fino alla zona jonica di Gallipoli. L’attuale reggente del gruppo criminale, attivo nel traffico delle sostanze stupefacenti e nelle estorsioni, appare fortemente interessato ad infiltrare i circuiti dell’economia legale attraverso l’acquisizione di strutture turistiche, in particolare bar, ristoranti e attività ricettive in genere”.

L'evoluzione del clan Coluccia

In provincia, invece, altri clan di vecchia data (in particolare Pellegrino, De Tommasi e Coluccia), stanno  dimostrando capacità di infiltrarsi nel circuito dell’economia legale. Soprattutto sul clan Coluccia, che da Noha irradia la sua rete sul circondario di Galatina, si accendono i riflettori della relazione, prendendo come spunto l’operazione “Off Side”, da cui si evince persino la capacità di fare da arbitro nelle controversie, con occhi puntati su ogni terreno fertile: “servizi cimiteriali, l’aggiudicazione di appalti pubblici, nonché l’apertura di nuove attività commerciali legate alla fornitura di gas ed energia elettrica”, si scrive nella relazione.

Senza dimenticare il calcio, da cui nasce, poi, il nome stesso dell’indagine. “In particolare, il clan commetteva anche reati di frode sportiva avendo garantito la promozione nel campionato regionale della locale squadra di calcio, utilizzata anche per giustificare una pressante richiesta di contributi economici a commercianti e imprenditori a titolo di sponsorizzazione e per acquisire un diffuso consenso sociale”. Un aspetto, quello dell’ottenimento di un consenso sociale, sul quale si è soffermato a lungo il questore di Lecce, Leopoldo Laricchia.  

La forza della criminalità albanese

La disamina successiva della relazione semestrale, sulla già citata guerra scatenatasi nella zona di Melissano, funge poi da filtro per un altro passaggio chiave, già menzionato: i traffici di stupefacenti via mare. “Tale settore – si legge -, peraltro, risulta particolarmente florido grazie alla presenza, ormai permanente, sul territorio salentino di molti soggetti di origine albanese che sistematicamente importano dalla loro terra d’origine, attraverso il Canale d’Otranto e con l’uso di potenti natanti, significativi carichi di droga, in particolare marijuana”.

E, ancora: “Assidue appaiono le interazioni con soggetti criminali leccesi e brindisini soprattutto quelli operanti nella fascia di confine delle due provincie salentine, oltre che con fornitori baresi e napoletani”. E qui torna ancora una volta alla mente la recente disarticolazione di tre gruppi criminali, resa possibile dalla cooperazione fra inquirenti italiani e albanesi, che hanno formato la Squadra investigativa comune, definita una vera e propria rivoluzione.  

Restano molte, però, le questioni aperte e irrisolte. L’ex procuratore Cataldo Motta lo ripeteva spesso: estorsioni e usura sono fra i fenomeni più radicati. Eppure, sui tavoli della Procura, rilevava, scarseggiavano le denunce. Passata l’epoca Motta, arrivata quella di Leonardo Leone De Castris, le statistiche, per ora, non sono cambiate. Vi è una resistenza culturale alla denuncia, tanto che ancora oggi, la Direzione investigativa antimafia, recita: “Per quanto riguarda il racket estorsivo e l’usura, le denunce presentate dalle vittime non rispecchiano la reale incidenza del fenomeno che trova comunque un maggiore riscontro nel reato di estorsione esercitato, principalmente con l’arrivo della stagione primaverile, in danno dei titolari delle imprese turistiche stagionali”. Un passaggio tanto breve, quanto a suo modo esaustivo su quello che è uno degli eterni nervi scoperti.

Criminalità comune da non sottovalutare

Sul piano della criminalità comune, la relazione rileva nel semestre preso in esame la consumazione di numerosi reati contro il patrimonio, specie rapine (banche e uffici postali, soprattutto questi ultimi), furti con la tecnica della “spaccata”, con riguardo in particolare ai bancomat e ai postamat. Casi, si spiega, in cui non necessariamente la criminalità organizzata gioca un ruolo. Ma che - questo non si scrive, ma è di facile deduzione fra le righe -, sono quelli che più incidono nella percezione della sicurezza del cittadino.

Non da ultimo – si aggiunge nella relazione -, l’interesse della criminalità organizzata salentina si manifesta anche nella gestione delle attività commerciali di giochi e scommesse anche clandestine. Emblematico, in proposito, il sequestro di beni mobili e immobili e di quote societarie del valore complessivo stimato in 15 milioni di euro, eseguito nei confronti di un’organizzazione con base a Racale, dedita al controllo del gioco d’azzardo mediante la manomissione delle slot machine”.

Le infiltrazioni nelle pubbliche amministrazioni

Il passaggio finale è tutto dedicato alle infiltrazioni nell’economia legale e negli apparati della pubblica amministrazione. E di recente, sono state diversi i provvedimenti interdittivi antimafia del prefetto. Nel mirino, imprese, ma anche i Comuni. I casi più recenti riguardano Surbo e Sogliano Cavour, avvenuti rispettivamente l’11 maggio e il 29 giugno del 2018.

Emblematica la vicenda di Surbo, Comune già sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1991. Qui, si cita apertamente la relazione del prefetto, il  quale ha rilevato “una sostanziale continuità amministrativa, atteso che buona parte degli amministratori hanno già fatto parte, con incarichi diversi, di precedenti consiliature e che uno di essi è legato da rapporti di stretta parentela con un componente della menzionata compagine sciolta nel 1991”.  

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A Sogliano Cavour, invece,  le contestazioni hanno riguardato una gestione ritenuta non trasparente di contributi e sussidi socio-assistenziali, per i quali sono al vaglio le responsabilità di un amministratore locale, “per aver collaborato nel corso della precedente consiliatura alla realizzazione dei fini dell’associazione mafiosa, pur non facendone parte. Solo uno dei problemi rilevati, a ben vedere. Nel calderone vi sono anche la gestione del servizio civico e degli immobili di proprietà comunale, le omissioni nei controlli sulle dichiarazioni Dia/Scia delle attività commerciali e le concessioni di beni comunali.

Passaggio finale, d’obbligo, quello su Parabita, comune sciolto già il 15 marzo 2017. La relazione ripercorre in breve le fasi successive: il Tar del Lazio, il 28 febbraio del 2018, ha annullato il provvedimento di scioglimento, ma il Consiglio di Stato, il successivo 21 giugno, ha accolto l’istanza cautelare di sospensiva dell’Avvocatura generale, disponendo il reinsediamento della commissione straordinaria “considerata la prevalente esigenza di prevenzione da situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell’ente”. E la battaglia a colpi di carte bollate è ancora in atto. I commissari, come da ultima sentenza, resteranno nel ruolo fino alla soglia delle prossime elezioni di maggio.

Mafia & politica, la frontiera si allarga

Ovviamente, trattandosi della relazione del primo semestre del 2018, mancano nell’analisi alcune vicende più vicine nel tempo, in primis quelle riguardanti diversi ex amministratori comunali di Palazzo Carafa e, in generale, politici leccesi, esplose in particolare alla fine della scorsa estate. E che potrebbero rappresentare uno degli spunti principali della prossima relazione, considerando anche i presunti rapporti di qualche politico con i clan del capoluogo, Briganti e Nisi.  

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Commenti (6)

  • Chiaro e precisissimo articolo. Complimenti al giornalista. Se poi magari i magistrati si dessero una svegliata soprattutto sugli affari illeciti della politica locale sarebbe meglio. Oltre al fatto che la zona del gallipolino sembra tra le più inguaiate di delinquenza e poco toccate da indagini e arresti.

  • Una completa esamina dei potentati mafiosi che agiscono in Provincia di Lecce. Ma nello stesso tempo una triste riflessione: che in un regime democratico e garantista la mafia é invincibile. La si può fare a pezzi, ma come una gramigna si ricrea e si rinnova, ma non si distrugge. Per sconfiggere la criminalitá organizzara occorrerebbero leggi speciali, con ampi poteri agli inquirenti, compresa la sospensione temporanea dei diritti costituzionali. Ma guai ad invocare siffatti provvedimenti, insorgerebbe la platea catto-sinistroide, sempre pronta a preoccuparsi di Caino, i primi, e di un eventuale dittatura i secondi, con grande gioia della mafia, che grazie alle debolezze intrinseche e genetiche della Democrazia, ingrassa e prospera.

    • Mussolini mando' il prefetto Mori in Sicilia con amplissimi poteri e lui incarcero', senza processo e senza garanzie, migliaia e migliaia di cittadini normali che pensava collusi con i mafiosi, guadagnandosi l'odio delle persone. Incarcero' anche tanti mafiosi ma a quel punto i latifondisti siciliani che di quelli si servivano, protestarono con i loro referenti politici e Mussolini che dei mafiosi poteva fare a meno ma dei politici mafiosi no, nonostante la dittatura che tanto ti piace, lo rimosse e lo richiamo' a Roma promovendolo e la mafia prospero' più di prima. Giovanni Falcone invece, con le armi della democrazia, dovette essere ucciso perché non desse più fastidio alla mafia. La dittatura è una scorciatoia per i popoli meno evoluti...

  • A leggere questi resoconti ho paura di non essere normale io che mi impongono di rimanere onesto. Cose da matti

  • Se si legge il romanzo di Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, c'è già quasi tutto.

  • Egregio direttore, intanto grazie per la dettagliata ed illuminante per quanto semplice descrizione. Vogliamo cominciare a cambiare le cose? Bene, secondo il mio modesto parere, materia di tale importanza, anche solo con un articolo come il Suo, dovrebbe essere divulgata, e con una certa incisività, in tutte le scuole superiori della nostra Provincia.

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