Suicida in cella d'isolamento, la madre denuncia: "Mio figlio doveva prendere farmaci"

Matteo Luca Tundo, 32enne, era evaso dai domiciliari per cercare droga, in crisi d'astinenza, e arrestato dai carabinieri. Disposta un'autopsia

LECCE – Matteo Luca Tundo, 32enne di Lizzanello, è stato trovato morto in carcere nella tarda serata di ieri. In cella, il giovane, c’era finito dopo l’ennesima fuga dagli arresti domiciliari. Almeno la terza dall’inizio dell’anno.

Aveva un aspetto da duro, ma scavando sotto la superficie, dietro quel numero imprecisato di tatuaggi che spuntavano anche sul volto, si sarebbe scoperto un animo fragile, l’altro Matteo, quello vero. Un giovane che coltivava interessi (l’informatica, una su tutte, e con competenze non da poco), e con uno spiccato bisogno di ascolto e di aiuto, per uscire dalla peggiore delle schiavitù moderne: il tunnel della droga.

Evaso durante una crisi d'astinenza

E’ stata proprio una crisi d’astinenza a spingerlo alla fuga. Cercava qualcuno da cui rifornirsi di cocaina. E dalla fuga, si è arrivati all’arresto, con un inseguimento da film. Dopo la convalida in Tribunale, ieri pomeriggio, il carcere. E qui, la morte. Suicidio, è quanto l’amministrazione penitenziaria ha comunicato alla famiglia. E ora, ci sono molti aspetti da verificare. Il padre e la madre pretendono chiarezza. Vogliono capire la dinamica precisa del decesso (per ora, si sa solo che sarebbe stato usato un lenzuolo), sapere soprattutto se gli sia stata somministrata una terapia, come la donna aveva fortemente richiesto al momento dell’ingresso nel penitenziario di Borgo San Nicola.

E’ stata proprio la madre a presentare una denuncia. E si provvederà a breve a un’autopsia. Il pubblico ministero Giovanni Gallone ha incaricato a tale proposito il medico legale Roberto Vaglio. Dovrebbe svolgersi già domani mattina, ma potrebbe slittare qualora il consulente di parte che eventualmente sceglierà la famiglia, che in questa fase è seguita dall’avvocato Roberto De Matteis (il quale ha sempre rappresentato Tundo nelle varie vicissitudini giudiziarie che hanno costellato la sua vita), dovesse provenire da fuori provincia.

Suicida in cella e tante domande

Matteo, da ragazzo aveva inanellato una serie di errori, ma aveva deciso da tempo di cambiare vita. Non un caso che gli ultimi reati compiuti siano stati tutti evasioni dagli arresti domiciliari e non altro. Fughe per cercare sostanze, principalmente, nei momenti di crisi d’astinenza dalla cocaina. Era accaduto a febbraio, ed era arrivato in quella circostanza fino a Roma, per essere poi rintracciato e riportato nel Salento. Era successo di nuovo il 6 maggio scorso, salvo essere sorpreso dai carabinieri di Lizzanello dopo appena una quarantina di minuti. E’ avvenuto ancora una volta nelle ultime ore. Con tanto di inseguimento da parte dei militari. E, questa volta, con la decisione dell’autorità giudiziaria d’inasprire la sorveglianza, destinandolo al carcere.

Ma se davvero fosse questo uno degli obiettivi principali, di fatto una delle domande che i genitori si pongono oggi è se vi sia stata la vigilanza che una persona con le problematiche di Matteo necessitava.   

Ci sono, dunque, aspetti particolari, in questa vicenda, che hanno indotto a presentare una denuncia, in modo da aprire un’inchiesta. Una volta arrestato dai carabinieri – questo accadeva esattamente l’altro ieri -, è stato richiesto l’intervento del 118 per via di un forte stato d’ansia e di vertigini. Tutto confluito nel verbale. Il 32enne aveva bisogno di farmaci, tanto che la madre aveva proposto di lasciarli, indicando in  particolare uno stabilizzatore. Ma a quanto sembra, non è stato possibile accettare in carcere i medicinali senza prescrizioni.

A questo punto, ci si chiede: è stato comunque somministrato qualcosa, vista l’urgenza di una terapia? O il giovane è stato lasciato in una cella d’isolamento senza provvedere a calmare la crisi? Ecco perché l’autopsia è quanto mai necessaria, al di là di altri aspetti tecnici, che riguardano proprio il modo in cui il suicidio si sarebbe consumato.

Testimone in un processo per omicidio

La figura di Tundo era divenuta di un certo rilievo in un caso molto importante che si deve ancora definire. Per ovvie ragioni di tutela, il suo nome non era stato fatto pubblicamente, sui giornali, ma era fra i testimoni nel processo che ruota attorno all’omicidio di Gabriele Manca.

Manca aveva 20 anni, nel marzo del 1999, quando fu assassinato. Sotto processo sono ci sono Giuseppino Mero, 53enne di Cavallino, Omar Marchello, 39enne di Lizzanello e Pierpaolo Marchello, 40enne di Lizzanello. In abbreviato da definire la posizione di un quarto uomo. Tundo, in tutto ciò, nel febbraio del 2015, sentito come indagato in un procedimento, aveva sostenuto davanti ai magistrati di aver assistito a un’aggressione compiuta da Omar Marchello e altri due soggetti nei confronti di un uomo per questioni di droga e di essere stato minacciato. Marchello, in quella circostanza, gli avrebbe detto: “E tie non ha istu nienti, se no te fazzu fare la fine ca n’aggiu fattu fare allu Gabriele Manca, mangiato te li cani intru alle campagne”.

Una vicenda tormentata, per Tundo, perché in un secondo momento smentì tutto, autodenunciandosi per calunnia, salvo poi, più di recente, ritrattare di nuovo e, piuttosto, confermare la vicenda, spiegando di aver avuto paura di minacce e ritorsioni.

La voglia di uscire dal tunnel

Tundo voleva dimostrare a se stesso e alla sua famiglia che, seppur con le difficoltà di un cammino tortuoso e complicato, forse era possibile davvero lasciarsi alle spalle un passato di errori. Negli ultimi periodi, grazie al supporto dell’avvocato De Matteis, aveva ottenuto dal Tribunale il permesso di uscire la mattina dai domiciliari per visite psichiatriche con un esperto, Roberto Cataldini. E stava per avviarsi verso un percorso. Per il prossimo 5 giugno era stato fissato un colloquio al Sert per un programma terapeutico. Ma il demone della droga si è impossessato di lui ancora una volta, l’ha portata a una fuga con l’auto della madre, a un altro inseguimento, a una arresto, infine alla morte. E ora, la famiglia vuole ottenere delle risposte.

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