Bilancio annuale del Centro antiviolenza: "Le donne ora denunciano"

Le professioniste del Centro Renata Fonte rilanciano un messaggio: "L'amore non è violento ed il nodo del problema è nella cultura patriarcale e maschilista"

L'incontro di questa mattina

LECCE – Ogni donna ha la sua storia. Ogni donna i suoi tempi. Ma il minimo comun denominatore tra tutte, ed il vero collante della rete solidale tra sorelle, è nella violenza di genere. Perché ognuna, in ogni punto del mondo e ad ogni ora, è esposta al rischio di subire un atto che viola la sua libertà e sua integrità: un’aggressione fisica, morale o verbale. Un destino fatale si è quindi abbattuto sul genere femminile? No.  La violenza è solo la manifestazione evidente di un atteggiamento maschilista e patriarcale, radicato e cresciuto nei secoli. Il problema è culturale e quindi politico.  Per queste ragioni il fenomeno e la sua costante escalation richiedono un approccio consapevole ed integrato, sottratto al rischio di banalizzazioni e strumentalizzazioni. Ed è quello scelto dal famoso Centro antiviolenza “Renata Fonte” che, da 18 anni, si batte per veicolare un messaggio: “Alla base della violenza c’è lo squilibrio di potere tra i sessi ed è necessario agire a monte, promuovendo la cultura del rispetto della persona fin dalla tenera età”.

Le responsabili dell’associazione, come ogni anno, hanno convocato una conferenza stampa per fare il punto della situazione in provincia di Lecce. Fondamentali per una corretta interpretazione dei numeri sono, però, le premesse. Una su tutte: la spettacolarizzazione degli episodi criminali, che domina la scena dei mass media, nuoce gravemente alla prevenzione. Trasmissioni televisive e articoli di giornali che associano parole come amore e criminalità, promuovono più o meno consapevolmente l’idea che possano esistere relazioni affettive tra le persone che comprendono una qualche forma di violenza. Dalla più piccola alla più eclatante, come l’omicidio. Ed ecco che il femminicidio viene addomesticato nella coscienza comune, la violenza banalizzata e normalizzata. Derubricata a fatto di routine. Persino, in taluni casi, giustificabile. Comunque compresa nel prezzo del pacchetto “amore”.

“Chi sta veicolando questo messaggio sta sbagliando tutto – tuonano le professioniste del Centro Renata Fonte – e rema contro il nostro obiettivo: squalificare e rendere socialmente inaccettabile qualunque tipo di violenza. Non possiamo accettare che il fenomeno diventi occasione di business e che sia strumentalizzato per fini elettorali e per accaparrarsi fondi pubblici. È necessario ripetere, all’infinito, che l’amore non è criminale; l’amore non è possesso; l’amore non è proprietà. E siamo anche restie a trattare i casi nella sola ottica della medicalizzazione del fenomeno: la violenza non è sempre, necessariamente, legata ad una patologia ed il colpevole non ha scuse”.

Sul piano prettamente politico le responsabili dell’associazione registrano l’atavica tendenza a mantenere il potere nelle mani dell’uomo, mediante il controllo che assicura lo status quo, affinché il dislivello tra i sessi non sia mai colmato. Il risultato è che la donna rimane -e accetta di rimanere- un gradino più in basso, nella sfera privata come nel lavoro, a partire dal trattamento economico e dai carichi familiari che le sono assegnati.

La responsabile del Centro di Lecce, Maria Luisa Toto avvisa, però, che qualcosa è cambiato: “Le istituzioni non sono quelle di 18 anni fa. Gli operatori della giustizia, delle forze dell’ordine ed i medici hanno un approccio più empatico nei confronti delle vittime e in questo modo riusciamo a ridurre il fenomeno della ri-vittimizzazione: accade infatti che la donna, sottoposta a domande invasive in fase di denuncia, legate all’accertamento dei fatti, si senta vittima due volte, messa a nudo e abbandonata dallo Stato e dalla società che dovrebbe difenderla”.

Il Centro rivendica, rispetto ad altre strutture pubbliche, la flessibilità dei protocolli e la possibilità di costruire un percorso individuale, ritagliato sulla storia e le esigenze della singola persona. E regista un importante risultato, costruito grazie alla rete dell’associazionismo femminile: le donne denunciano. Il muro di omertà, costruito sui mattoni della paura ed il senso di colpa, si sta lentamente sgretolando.

Ciò è dimostrato dai numeri: gli accessi nel 2016 sono stati 251. Le donne che hanno scelto un primo approccio telefonico sono 273; i colloqui si sono svolti con 251 utenti; il sostegno legale è stato garantito a 170 persone e quello psicologico a 230 utenti. E ancora: 28 donne sono state accompagnate presso le strutture ospedaliere; 132 verso tribunali e forze dell’ordine; le testimonianze rese sono 61.

Il percorso legale fino al riconoscimento dei diritti e quello psicologico, di costruzione di una nuova vita, sono complessi. Il primo passo, però, è fondamentale e consiste nel chiedere aiuto: il numero verde 1522, attivo h24 – ricordano dal Centro Renata Fonte – è quello a cui ci si può rivolgere in caso di aggressione e stalking. 

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