LeccePrima, una storia lunga 10 anni raccontata senza perdere il filo

Da un'idea nata per senso di rivalsa a una realtà dentro il gruppo Citynews. Senza però mai perdere l'identità. Fra errori, vittorie e sconfitte. Sempre a servizio della libertà di stampa

LeccePrima, dieci anni dopo...

Appena finito di leggere l’articolo di Vincenzo, mi sono venuti un magone in gola e un momentaneo blocco dello scrittore. Ho mollato il bicchiere di rosso, stritolato la cicca di sigaretta in fondo al posacenere e afferrato il telefono. Messaggio. “Mi sono emozionato, leggendo”, gli ho sparato a bruciapelo. “E mo’, che… scrivo?”

Mi ha dato coraggio: “Vai di cuore, ne hai tanto”.

Accendo un’altra sigaretta. Torno alla tastiera. Dall’altra stanza, alcuni acuti solleticano le orecchie. Sanremo, credo.

LeccePrima, dieci anni dopo, dicevo, continua a essere un’emozione intima anche ora che è inscatolato in una gigantesca rete di quarantadue testate online, in quella macchina tritanumeri che è Citynews, un gruppo editoriale lungimirante che (vi sorprenderà), nasce più o meno come Emilio e Vincenzo. Il sogno di due pazzi scatenati, Nando e Luca, che diventa azienda e cresce, sull’onda della voglia dei lettori di sorprendersi nel ritrovare i fatti di casa lì, a portata di clic, e man mano, strada facendo, fonde tante realtà in un’unica famiglia. Ognuna, però, sempre forte della propria inattaccabile identità. Ed è qui il piccolo segreto sotto gli occhi di tutti.  

Questione di affinità elettive. Un progetto sposato appieno perché indipendente, nuovo, desideroso di compiere altri passi e germogliare. Una causa simile a LeccePrima degli esordi, ma più grande e robusta, che guarda lontano e punta all’innovazione senza dimenticare l’umanità.

C’è stato un momento in cui abbiamo dovuto compiere un passo necessario di fronte al bivio: continuare la sopravvivenza di un bel progetto, ma privo di sbocchi senza uno sguardo oltre l’orizzonte del territorio, o portarlo a maturazione definitiva, all’interno di un contenitore più vasto. Abbiamo scelto la seconda strada. Restando sempre LeccePrima. Perché c’era un’altra alternativa, la terza via, negli anni del consolidamento: scendere a patti con la politica. Qualcuno s’è avvicinato. Abbiamo detto no. No, perché per noi era necessario restare svincolati dal potere, avesse le vesti dell’opposizione o della maggioranza, per poterne parlare senza ipocrisia e liberi nell’opinione.          

Ricordo quando siamo entrati nel gruppo Citynews, sul calare del 2011. In alcuni commenti, lettori timorosi di un cambiamento radicale, come se un maquillage potesse intaccare le anime. Ebbene, speriamo di non avervi delusi. Siamo rimasti uguali. Odiosi per chi già ci odiava, amabili per chi già ci amava. E nel frattempo il pubblico è cresciuto, e con esso il senso di responsabilità, la voglia di far sempre meglio. Ma anche le critiche, a volte giuste, spesso feroci, e le richieste, le aspettative, gli elogi che fanno sempre bene e gli insulti, che ormai sono il pane quotidiano del web.

Restiamo orfani di Umberto Eco anche perché crediamo come lui che i social abbiano dato voce a legioni di imbecilli. Ma non possiamo nemmeno prescindere da questo veicolo che dilata l’informazione locale, facendo rimbalzare il Salento in tutte le sue forme, verso ogni angolo più remoto del globo. Siamo vittime e artefici nello stesso tempo di quest’ambiguità insanabile. L’importante, è tentare di mantenere le distanze e sforzarsi di essere credibili e a prova di bufala.

“Trovo LeccePrima attendibile”, ha detto l’altro giorno una studentessa a Gallipoli, durante un convegno sul giornalismo. Il cuore mi è esploso di una gioia indescrivibile, perché il complimento sincero di un perfetto estraneo è la cartina al tornasole per capire se sia seminato bene. Se poi proviene da una persona molto giovane, significa anche che si è aperta una breccia nell’avvenire. Non vogliamo deludere proprio i ragazzi, speranza della nostra terra martoriata, ma con segni di vitalità, seppur sempre a macchia di leopardo. Stiamo lavorando per voi. E, chissà, forse domani sarete voi, LeccePrima. Io vi aspetto, ma non subito. Penso di restare qui ancora per un po’. Nel frattempo, crescete e studiate.            

Nel 2007 ci siamo affacciati al mondo con un misto di esperienza giornalistica già acquisita e quell’indescrivibile spavalderia giovanile di chi vuole scrivere la storia, pur senza una lira in tasca. E' il cavallo di Troia dentro cui si stempera la paura per il futuro.

Nel 2017, siamo ancora qui a raccontare Lecce e il Salento, con un pizzico di autorevolezza in più e un bagaglio di errori già compiuti, esperienze da cui ripartire. Di errori ne faremo ancora, e non solo grammaticali, sia chiaro. Le svirgolate sono quotidianità per chi scrive velocemente acquisendo informazioni al volo, magari da più fonti sullo stesso episodio, e cerca di tessere una trama coerente e in cui emerga la verità sostanziale. Se poi non ci riusciamo, si sappia: non mai c’è dolo. Il fallimento è dolore per il giornalista stesso che, onesto e leale alla missione, si approccia ai fatti sperando di averli colti.

Però, certe chicche che non feriscono nessuno, se non la Crusca, resteranno alla storia. Le “sedie a stradio” e le “donne in cinte” ci accompagneranno ridendo per tutta la vita. Dio salvi lo svarione, perché senza saremmo macchine prive di anima.  

Siamo stati gli innovatori, non ci riteniamo i migliori, ma ci riteniamo migliorabili. Per questo, rispetto agli esordi, produciamo meno notizie in pillole e più approfondimenti su ogni singolo fatto, laddove possibile, compatibilmente anche con i tempi e altre dinamiche. Giochiamo di squadra per compensare le forze numeriche esigue. Strateghi per necessità per tenere a distanza le corazzate imbottite di corrispondenti da ogni angolo del Tacco d’Italia. Mastichiamo aforismi di Sun Tzu per vincere le guerre dopo aver perso le battaglie. E tentiamo così di tenere alta la bandiera della nostra identità. Sempre.

Il nostro è un lavoro complesso e adorabile. Una droga che non fa sentire lo sforzo quando ci si muove di notte e si resta in piedi anche per due giorni di fila. Un cammino che si può affrontare solo se mossi da un’autentica passione, perché c’è poco da guadagnarci e molto da perderci. Però, la faccia ce l’abbiamo sempre messa, con l’orgoglio e l’autentica difesa del diritto di cronaca, che coincide con il diritto del cittadino di essere informato senza sbavature e omissioni. Tranne rari casi in cui questioni di sensibilità, riservatezza, delicatezza, pericolo hanno preso il sopravanzo, abbiamo sempre provato ad andare fino in fondo. Scontrandoci a volte con muri di gomma e subendo minacce. Chi fa questo lavoro sa quanto possa essere sottile una minaccia.

Intorno sono nati concorrenti affamati di fare bene e che si muovono sempre meglio. La competizione, se integra e leale, è utile e fondante, in una vera democrazia, perché permette a tutti di crescere e al pubblico di avere maggior consapevolezza grazie al confronto sui fatti.

L’importante è che su tutti noi viga sempre la coscienza etica: le notizie sono materia viva, dietro a molte storie che diventano fatti pubblici, vi sono sofferenza, rancori, speranze, segreti inconfessabili, illusioni e disillusioni, famiglie disastrate e disgregate, angosce, senso di rivalsa. E ogni singolo articolo, è il tentativo di restare in bilico sul filo del giusto: cosa si può e si deve raccontare, cosa eventualmente omettere o sfumare fra le righe, come bilanciare esigenza di libera conoscenza e privato. Un’impresa che sul web diventa epica, perché le scelte si devono fare in pochi minuti, sapendo nel contempo che la notizia potenzialmente raggiungerà tutto il pianeta. Avete mai riflettuto su questo? Le prime volte che l’ho fatto, ho provato i brividi.          

In questi nostri primi dieci anni il cammino non sarebbe stato possibile se non avessimo avuto accanto, per periodi più o meno lunghi, una serie di persone che ci hanno seguito, spesso tendendo una mano. Molti appartengono alle forze dell’ordine, ai sindacati, al mondo politico, sanitario, del volontariato, ai comuni cittadini, e via dicendo. Con alcuni si sono instaurati veri e propri rapporti di amicizia, e parliamo in particolare di investigatori. Con altri, un equo scambio fondato sul rispetto delle reciproche professioni e posizioni. Esiste anche qualche sporadico caso di parziale o totale distacco derivante dai motivi più svariati, che vanno dal carattere a – chissà – visioni diverse o antipatia per la libertà d’espressione.

Abbiamo sempre raccolto la sfida, laddove si è frapposto un ostacolo, usando la forza di volontà. E per ogni fonte persa, ne abbiamo conquistate due o tre nuove. Non certo per imbellettarci, ma solo e soltanto per venire incontro al nostro unico obiettivo, che è quello di raccontare la verità al lettore.

Potremmo fare intere liste di nomi di persone da ringraziare per il loro supporto o mandare a quel paese, ma… è segreto professionale. Sempre e comunque. Quindi, rilassatevi. Nessun elenco.

Di certo, registriamo negli ultimi anni tentativi da più parti d’imbavagliare la stampa o dirigere l’informazione, per i motivi che sono fra i più vari, da quello di fornire rappresentazioni falsificate del territorio, nascondendo la polvere sotto i tappeti, a quello di stabilire un modo uniforme di vedere il mondo. Questo accade in vari ambiti e ambienti, ma non ci spaventa. Semmai, è uno sprone per continuare ad alzare la voce… senza urlare. Come nel nostro stile, il più delle volte. In fin dei conti, abbiamo dieci anni di più. Ce lo possiamo permettere.

Gran finale. Le dieci candeline sono dedicate a tutti coloro che hanno seguito Emilio e Vincenzo in questi anni, nel loro progetto, bello e impossibile. Oggi fanno parte della squadra Andrea, Antonio, Gabriele, Luca, Marina, Valentina e Vittorio, fra giornalisti e fotografi. Sono lo splendido presente, con Vittorio inaffondabile veterano e Luca l’ultimo arrivato, virtuoso jolly della fotografia. Gli scontri interni non mancano, fanno parte del pane duro da masticare ogni giorno. Ma senza, il mondo sarebbe una noia mortale e il giornale stesso stantio e povero di nuove idee.          

Ci sono, però, anche i colleghi della prima ora da ringraziare e quelli che sono passati, in generale, nel gruppo per alcune parentesi temporali, portando ognuno qualcosa di proprio, un indispensabile mattoncino che ha aiutato nello sviluppo dell’edificio. Con alcuni le strade si sono interrotte bruscamente, forse anche per nostre errate valutazioni. Altri hanno scelto vie diverse. Ma questa è la vita, e nessuno ha mai detto che debbano essere rose e fiori. A tutti loro (pur non nominandoli, si riconosceranno) il nostro ringraziamento per il contributo vitale e sincero alla causa. Siano stati con noi anni o pochi mesi. Hanno aiutato a spianare la strada con la propria intelligenza, cultura, abilità.

E poi ci sono coloro che ci hanno seguito da dietro le quinte, silenziosamente accudendoci negli affanni. Hanno assorbito disagi, frustrazioni, ansie, ma anche vissuto la gioia di rinascite e vittorie. Io ho Francesca, mia moglie. Il fato ci ha fatto conoscere proprio nel 2007, poi ci siamo sposati nel 2015. Mi ha sempre detto che a colpirla è stato la fierezza che avevo negli occhi quando parlavo della neonata “creatura”. Io, Francesca e LeccePrima siamo cresciuti insieme. Un percorso non privo di intralci e problemi, ma in cui nel suo buonsenso s’è spesso diluita la mia naturale irruenza.        

Last, but not least, il grande abbraccio per Eileen e Ada. Sono le nostre madri, di Emilio e Vincenzo. Hanno creduto in noi fin dall’inizio, senza un solo ripensamento. Hanno finanziato con entusiasmo l’impresa, di tasca loro. Proprio così, e non solo in senso amorevole, ma proprio materiale. Abbiamo aperto LeccePrima con denaro prestato da loro. Millecinquecento euro a testa. Senza chiedere nulla in cambio, se non di essere ripagate dalla felicità di vederci realizzati in qualcosa di grande e nostro, un disegno che all’esterno sembrava tanto bello, quanto utopistico.

Eileen e Ada sono state la nostra prima casa editrice, senza aver mai lavorato prima nel campo editoriale. Figurarsi sul web, poi. Anche loro, che non hanno certo 18 anni, precorritrici di una nuova epoca.

Mia madre, poi, ci ha messo per qualche anno anche la sede. Lo studio di casa. Indimenticabile quando venivano Digos o carabinieri per i motivi più vari. Bussando, pensavano che si sarebbero ritrovati in una redazione ordinaria. Immaginarsi lo stupore, una volta aperta la porta. Con un pizzico di imbarazzo iniziale, venivano accolti in salotto, con un sorriso e un caffè. E anche questa è storia, signori.

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