Bimbi intossicati nelle mense, per il giudice giusta la rescissione del contratto

La Fenice aveva chiesto i danni al Comune di Nardò. Ma per il Tribunale i malori furono "causalmente riconducibili ai pasti forniti"

Il Tribunale civile di Lecce.

LECCE – Bene fece a suo tempo il Comune di Nardò a rescindere il contratto con la società La Fenice che si occupava di cucinare, confezionare e distribuire i pasti per le scuole dell’infanzia e primarie. Un contratto stipulato nel 2015, con scadenza prevista nel 2019 e improvvisamente “strappato” dal sindaco Pippi Mellone, alla luce di diversi casi d’intossicazione avvenuti il 18 ottobre del 2016 presso mense scolastiche servite dalla società. A stabilire che La Fenice sarebbe nel torto, nella sua richiesta risarcitoria, una sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Lecce, Antonio Barbetta. Morale: istanza rigettata.

La vicenda dei casi d’intossicazione (ben 174 in tutto) riempì per giorni le cronache di quei giorni e ha portato, in seguito, verso due binari: uno di tipo penale, con un procedimento che, però, è stato archiviato, e un altro di natura civile. Fra l’altro, proprio l’archiviazione era stata posta in luce dalla società come elemento per giustificare le proprie ragioni, ma il giudice l’ha tenuta irrilevante poiché le valutazioni che portano a ritenere sussistente l’inadempimento contrattuale (secondo un giudizio di alta probabilità) sono differenti da quelle necessarie a stabilire la sussistenza della responsabilità penale”, che si fonda notoriamente sul criterio dell'oltre ogni ragionevole dubbio”.

Si attivarono Nas e Asl

La sentenza è stata pubblicata ieri e ha soddisfatto gli avvocati Paolo Gaballo e Riccardo Renna, ai quali il Comune di Nardò aveva conferito mandato per la difesa nella controversia. “Il Tribunale - hanno commentato - correttamente ha ritenuto che gli episodi di gastroenterite che hanno interessato 174 bambini, fruitori del pranzo servito alle mense scolastiche, gestite dalla La Fenice srl, siano causalmente riconducibile ai pasti forniti da quest’ultima” Ergo: “Legittima la risoluzione del contratto disposta dal Comune di Nardò”.

Non solo presso istituti scolastici di Nardò, ma anche in altri comuni, si verificarono quel giorno casi di malessere. A essere colpiti, soprattutto bambini e ragazzi, più qualche adulto fra i destinatari del servizio prestato dalla società. Da qui, l’interessamento nella vicenda sia dei carabinieri del Nas di Lecce, sia dell’Asl, per necessarie verifiche presso il centro cottura gestito da La Fenice a Galatone.

Il Comune rescisse il contratto

Nel frattempo, l’amministrazione comunale di Nardò, ritenuto che il malessere accusato fosse riconducibile a intossicazione alimentare imputabile all’impresa affidataria del servizio di refezione scolastica, confortata dal parere dell’avvocato Vincenzo Candido Renna, decise di avvalersi della clausola risolutiva espressamente prevista nel contratto. Questa consentiva la risoluzione proprio al verificarsi di casi di intossicazione alimentare. La ditta  insorse, prima con un ricorso cautelare d’urgenza, ma con esito negativo e, ciononostante, subito dopo con un atto di citazione al Tribunale di Lecce, per vedersi riconosciuti i danni, ritenendo illegittima la risoluzione del rapporto. Cifra richiesta: 850mila 764,67 euro. Ma il Tribunale di Lecce, accogliendo le tesi dei legali, ha respinto anche l’atto di citazione, con condanna delle spese processuali per entrambi i giudizi, per oltre 23mila euro.

Fra i passaggi più interessanti della sentenza, vi è quello in cui, ricostruendo quanto accaduto nel corso delle verifiche, il giudice Barbetta ha stigmatizzato il comportamento della società. Quando il 20 ottobre del 2016 i carabinieri del Nas svolsero un sopralluogo  presso  il centro cottura, per accertare le condizioni igienico-sanitarie, non poterono prelevare  i campioni del pasto del 18, il giorno “incriminato”, come stabilito dalle procedura Haccp, poiché la società aveva provveduto in autonomia a effettuare il prelievo, spedendo i campioni per le successive analisi in un suo laboratorio di fiducia.

Il giudice bacchetta la società

In questo modo, come ha rilevato il giudice, si è pregiudicata la possibilità di ascrivere alla società eventuali inadempimenti contrattuali, violando le norme riguardanti i controlli di qualità sul cibo somministrato anche con l’asporto  di campioni da mettere a disposizione dell’amministrazione. Un altro passaggio è fondamentale per chiarire la vicenda. “L’Asl – ha scritto il giudice nella sentenza - ha potuto  ancora evidenziare che nel sito di cottura vi era un sovraffollamento di personale dipendente  della srl, già messo  in rilievo  in un  precedente  accesso  del 2 maggio 2016,  che può  essere potenziale fattore di contaminazione microbica diretta ed indiretta da fonte umana a carico di alimenti. Inoltre, sul persona le presente è stata rilevata la presenza di agenti patogeni trasmissibili attraverso il circuito orofecale”. Da qui n’era discesa la temporanea sospensione dell’attività a carico de La Fenice.

Per il giudice, in conclusione, è stato alla fine ravvisabile come gli episodi di gastroenterite “siano causalmente riconducibile ai pasti forniti” ritenendo, inoltre, che “la violazione della procedura di non conformità attivata dall’attrice (la società, ndr) in sede di  accertamento sanitario ha impedito al Nas e all’Asl di verificare la genuinità del pasto servito il 18 ottobre 2016, con la conseguente inutilizzabilità in favore della srl dell'esito dell'esame eseguito sui campioni di cibo spedito presso un laboratorio di sua fiducia”.

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“A fronte di quei casi di intossicazione- ha sottolineato con soddisfazione oggi il sindaco Pippi Mellone -, era importante cessare immediatamente i rapporti con la ditta e contribuire quindi a ricostituire un clima di fiducia sulla nostra capacità di gestione dei servizi pubblici. Ma soprattutto favorire una rapida ripresa del servizio in una recuperata cornice di serenità di tutte le persone direttamente o indirettamente colpite da quanto accaduto”.

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