Minorenni “adescati” nel casolare, l’arrestato in silenzio davanti al giudice

Durante l’interrogatorio di garanzia, il 69enne di Taviano ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. E’ accusato di pedofilia e di produzione di materiale pornografico

TAVIANO - Si è avvalso della facoltà di non rispondere Antonio Scala, il 69enne di Taviano finito in carcere due giorni fa con l’accusa di aver adescato ragazzini, di 11 e 12 anni, e di averli indotti a rapporti sessuali in un casolare o a inviargli foto delle loro zone intime. Insomma, è durato pochi minuti l’interrogatorio di garanzia, il tempo necessario a formalizzare la decisione dell’indagato (assistito dall’avvocato Carlo Portaccio) di tacere davanti al gip Giulia Proto, il giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi riguardi, su richiesta del pubblico ministero Stefania Mininni.

A “parlare” finora sono stati i messaggi e le foto trovate nel telefonino dell’uomo e di alcuni adolescenti che, dopo iniziali reticenze, messi alle strette proprio dinanzi al materiale informatico acquisito e analizzato dagli inquirenti, hanno raccontato delle condotte avute dall’anziano anche alla presenza di più minori.

“L’analisi degli apparecchi telefonici consentiva di constatare che all’interno del casolare nella disponibilità di Scala, certamente avvenivano frequenti incontri con ragazzi minori degli anni 18, e che Scala aveva certamente approcci di tipo sessuale con alcuni di loro. In particolare veniva accertata l’esistenza di un gruppo whatsapp, i cui partecipanti erano una moltitudine di ragazzi orientati a darsi continui appuntamenti presso il casolare”, scrive il gip nell’ordinanza.

Inoltre, nel telefonino di uno dei ragazzini, dove l’uomo era stato registrato come “nonnu Ntony”, sarebbero stati individuati sms dai contenuti di natura sessuale.

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Ma non finisce qui. Nel corso delle indagini è emerso che il 69enne fu sottoposto a un procedimento penale legato alla scomparsa di un bambino di 6 anni di Racale, Mauro Romano, avvenuta il 23 giugno del 1977. Il giudice definisce la scoperta “inquietante”, precisando che Scala fu poi condannato, con sentenza divenuta irrevocabile il 22 marzo del 1984, per tentata estorsione continuata, per aver richiesto ai genitori del bimbo sparito una somma ingente di denaro come riscatto per la riconsegna.

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