Villa confiscata fin dal 2015, ma lui era sempre lì: sgombero forzato

Giovanni Mazzotta, 55enne di Monteroni, occupava ancora l'immobile. Nonostante tutto. In passato fu condannato per traffico di droga nell'ambito di un'operazione contro il potente clan Tornese della Scu

Un momento delle operazioni svolte ieri.

MONTERONI DI LECCE – Nonostante l’ultima parola fosse stata messa della Suprema corte di cassazione il 25 maggio del 2015, Giovani Mazzotta, 55enne di Monteroni di Lecce, quella villa di contrada Saetta, lungo la strada per Copertino, non l’aveva mai lasciata veramente.

E pensare che l’immobile era stato già trasferito dall'Agenzia nazionale beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata al patrimonio del Comune di Monteroni, perché lo impiegasse per scopi sociali, secondo i dettami della legislazione antimafia. Impossibile, però, in termini pratici, finché fosse rimasta occupata.

Sono trascorsi gli anni, ma, con il coordinamento della Prefettura di Lecce, la Questura ieri ha inviato personale per eseguire lo sgombero forzato dell'immobile confiscato. Un luogo di cui finalmente la comunità potrà giovarsi. “Tale operazione – commentano dalla Prefettura - rappresenta un forte e concreto segnale di affermazione della legalità su quel territorio, atteso che viene per l’utilizzo a finalità sociali un bene già precedentemente confiscato in via definitiva”.

Quello di Mazzotta è un nome che proviene dal passato più turbolento della provincia di Lecce. Già condannato con sentenza definitiva per traffico di sostanze stupefacenti, ritenuto a suo tempo vicino allo storico clan della Scu dei fratelli Tornese, nel settembre del 2015 la Direzione investigativa antimafia di Lecce eseguì la confisca di beni immobili e aziende riconducibili a Mazzotta, già sequestrati in via preventiva nel 2011, su proposta avanzata dall’allora procuratore Cataldo Motta. Valore complessivo, 1 milione e 600mila.

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Le attività investigative, infatti, avevano consentito di accertare una sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio incamerato. Fra l’altro, di quello originario facevano parte anche sette supermercati dislocati fra Leverano, Maglie e Nardò (e non a caso Mazzotta era da tutti conosciuto e spesso chiamato con il nomignolo di “Gianni Conad”).

La figura di Mazzotta emerse nell’ambito dell’operazione “Due mari”, condotta nei confronti dell’organizzazione capeggiata dai fratelli Tornese, con il traffico di sostanze stupefacenti e le estorsioni al centro delle attività criminali principali.

Furono 64 le ordinanze di custodia cautelare eseguite, tra l’altro, a carico di Antonio Tornese, Angelo Tornese, Antonia Caracciolo (coniuge di Mario Tornese) e, appunto, di Giovanni Mazzotta.

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Mazzotta, in primo grado, l’8 maggio del 1997 fu condannato sette anni e mesi quattro di reclusione per associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti. La conferma arrivò in appello, con la sentenza dell’11 febbraio del 1999, divenuta irrevocabile il 7 ottobre del 2000. Ma, giunte alle soglie dell’anno 2020, in quella villa c’era ancora lui. L’ultimo avamposto di un remoto passato.

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