Morì precipitando dal tetto della Selcom, il processo è ancora fermo al primo grado

Lisa Picozzi è scomparsa nel settembre del 2010. Il processo d'appello, fissato inizialmente per oggi, è slittato a ottobre

LECCE – Nei tribunali il tempo sembra scorrere in maniera diversa dal resto del mondo, spesso in maniera troppo lenta, fino a dilatarsi nell’attesa di una chimera chiamata giustizia. Sono trascorsi oltre sette anni dalla morte di Lisa Picozzi, l’ingegnere milanese di 31 anni deceduta tragicamente il 29 settembre del 2010, precipitando dal solaio di un capannone industriale di proprietà dell’ex Selcom (società del gruppo Adelchi nella zona industriale di Tricase), eppure la vicenda giudiziaria è ferma al giudizio di primo grado, datato novembre 2014 (le motivazioni sono state depositate a marzo del 2015).

Certo nessuna sentenza potrà riempire un vuoto incolmabile o riaccendere quei grandi occhi azzurri come un cielo terso in una giornata di tramontana, ma potrà dare un minimo senso di giustizia alla madre di Lisa, Marianna Viscardi, che in questi lunghi anni non ha mai dimenticato la figlia nemmeno per un istante e si è battuta perché la sua morte non fosse archiviata come uno dei tanti incidenti sul lavoro che da sempre insanguinano le nostre terre. La signora Viscardi era presente anche oggi in Tribunale a Lecce, nonostante l’inizio del processo d’appello sia slittato (forse) a ottobre. Ha voluto presenziare al deposito dell’istanza di fissazione udienza da parte del legale di parte civile, l’avvocato Massimo Bellini, che in questi anni si è battuto per rendere giustizia alla morte dell’ingegnere.

In primo grado, dopo un percorso lungo e tortuoso (con l’imputazione coatta da parte del gup Ines Casciaro dopo l’opposizione alla richiesta d’archiviazione da parte dell’avvocato Bellini), il giudice monocratico Roberto Tanisi ha condannato per omicidio colposo a due anni Adelchi Sergio, patron dell’omonimo gruppo calzaturiero di Tricase, e un anno (pena sospesa) il figlio, Luca Sergio, legale rappresentante della Selcom (che fa capo al citato gruppo). Nelle motivazioni il giudice ha scritto a chiare lettere che quell’incidente doveva e poteva essere evitato. Perché la decisone di salire su quel tetto non fu un’iniziativa della vittima, ma un intervento programmato e necessario, “perché da quel sopralluogo avrebbe dovuto acquisire informazioni importanti sulla fattibilità e sulla convenienza dell'opera, del valore – scrive il giudice – di almeno tre milioni di euro”.

Una sentenza che ha reso giustizia e sottolineato la grande professionalità della giovane ingegnere: “La verità – si legge nelle motivazioni – è che la Sun System aveva deciso di inviare sul luogo il suo tecnico migliore, l'ingegnere Picozzi (peraltro coadiuvato da un collaboratore)”. Lisa Picozzi ha pagato con la vita la sua grande competenza, giovane donna vittima di una trappola e simbolo della scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Lisa Picozzi divideva la sua vita tra il lavoro e lo sport. Era capitano del Cs Alba, formazione di pallavolo di Albese con Cassano, all’epoca nella B2 femminile.

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