Morì quattro giorni dopo un intervento al rene: tre medici finiscono al banco degli imputati

Saranno due i processi, uno con rito ordinario, l’altro in abbreviato, che dovranno fare luce su quanto accaduto nell’aprile 2016 ad una donna di Galatina, nel “Vito Fazzi” di Lecce

LECCE - Il suo cuore cessò di battere quattro giorni dopo un intervento in laparoscopia a un rene. Il decesso poteva essere evitato? A causarlo furono errori e negligenze mediche? Sono queste le domande alla quali dovranno rispondere i giudici in due processi che avranno per imputati tre medici dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, dove, il 23 aprile 2016, perse la vita una 50enne di Galatina.

Due di loro, A.G.F., 68enne di Sanarica, e P.C., 63, di Lecce, saranno giudicati col rito ordinario a partire dal 15 gennaio davanti al giudice Francesca Mariano. Assistiti dagli avvocati Luigi Covaglia, Ester Nemola e Luigi Covella avranno modo di respingere l’accusa (responsabilità colposa per morte in ambito sanitario) di non aver adottato le necessarie precauzioni, durante l’operazione eseguita in laparoscopia, per limitare al minimo lesioni a carico di organi interni, provocando quella intestinale, rivelatasi poi fatale per la donna. Un terzo medico, M.C., 62, di Bari, invece, oggi, ha chiesto e ottenuto (attraverso l’avvocato Luigina Cretì) dal gup Giovanni Gallo di essere giudicato col rito alternativo. Questo, secondo l’inchiesta condotta dal pubblico ministero Massimiliano Carducci, avrebbe commesso leggerezze nella fase post-operatoria: nonostante la presenza di sintomi di una perforazione addominale si sarebbe limitato a somministrare una terapia spasmolitica ed analgesica, provocando così un offuscamento della sintomatologia stessa e il peggioramento delle condizioni della paziente; sempre secondo l’accusa, non effettuò esami (tac) e un ulteriore intervento che avrebbe consentito di risalire all’origine del problema.

I familiari della vittima sono assistite dall’avvocato Francesco Galluccio Mezio.

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