Morte in ospedale: assolti il presidente dell’Ordine dei medici e 11 colleghi

Nessun responsabile per il decesso di Cosimo Durante, 80enne originario di Leverano, avvenuto per un’infezione dopo un intervento nel nosocomio di Copertino. Per il giudice Tosi: “Il fatto non sussiste”

COPERTINO - Morì per un’infezione e a provocargliela sarebbe stato un intervento chirurgico eseguito nell’ospedale “San Giuseppe” a Copertino. Ma l’accusa è caduta. Sono stati assolti i medici, dodici in tutto, finiti al banco degli imputati per la morte di Cosimo Durante, un 80enne originario di Leverano, avvenuta a Scorrano il 13 gennaio del 2013.

Non lascia dubbi il verdetto emesso dal giudice Sergio Tosi che ha assolto con formula piena “perché il fatto non sussiste”, il presidente dell’Ordine dei medici, Donato De Giorgi, 65 anni, Monteroni, in qualità di primario di chirurgia generale dell’ospedale di Copertino, e altri undici professionisti: Giusto Pignata, 60 anni, di Breda di Piave; Umberto Bracale, 42 anni, di Santa Maria di Castellabate; Giuseppe Mingolla, 49, di Lecce;Giovanni Marcucci, 67, di Copertino; Giuseppe Carbotta, 46, di Lecce; Gianluca Borgia, 52, di Lecce; Marcello Latino, 64, di Galatina; Claudio Marra, 55, di Copertino; Alessandro Mele, 57, di Gallipoli; Luisa Monica Gambato, 65, di Leverano; Mario Sciurto, di 66, di Lequile.

I punti sui quali si fondava l’impianto accusatorio erano principalmente due ed erano confortati dalle consulenze svolte per conto della Procura: l’errata e incongrua indicazione dell’intervento chirurgico di rimozione di alcuni polipi (eseguito in laparoscopia, anziché con asportazione endoscopica) e i ritardi sia nel valutare le complicazioni successive all’intervento che nel rimediare a queste. Ma nel processo, durante il quale sono stati ascoltati anche altri esperti, il giudice è arrivato alla conclusione che i “camici bianchi” agirono correttamente.

Furono gli stessi endoscopisti, durante una riunione con De Giorgi, a escludere un trattamento endoscopico e tutti gli esami svolti durante il prericovero del paziente non evidenziarono controindicazioni alla tipologia di intervento scelto. Non solo. Nella sentenza, il giudice stabilisce che sia “sufficiente osservare, per escludere ogni addebito, che gli stessi consulenti tecnici del pubblico ministero ammettevano, già in sede di relazione integrativa del 5 marzo 2015, che forse un intervento più precoce non avrebbe consentito al paziente di superare con certezza le complicanze settiche a cui andò incontro, ma gli avrebbe offerto maggiori chance di sopravvivenza”.

In particolare, nel corso dell’istruttoria dibattimentale, il medico legale Alberto Tortorella aveva precisato di non poter “affermare con nessuna certezza e nemmeno con elevata probabilità che un intervento più sollecito lo avrebbe salvato” e il professore di chirurgia dell’apparato digerente Carmine Chiumarulo aveva asserito: “Devo dire anche, sempre per onestà intellettuale, che un paziente in quelle condizioni, anche se fosse stato operato prima, probabilmente avrebbe avuto qualche chance in più, ma probabilmente non sarebbe scampato ugualmente a quello che era il suo destino segnato”.

Gli imputati erano difesi dagli avvocati Luigi Covella, Ester Nemola, Rosa Parenti e Federica Bassetti.

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