“Uccise Noemi per liberarsi dalla gelosia e perché succube del padre”

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna a 18 anni e 8 mesi, emessa lo scorso ottobre, nei riguardi del 19enne di Montesardo

LECCE - “Lucio uccise Noemi per impedirle in futuro di poter donare ad altri il suo amore e per punirla della sua diversità da sé, in particolare per la forza ed il coraggio con la quale viveva la propria esistenza, quella forza, quel coraggio e quella libertà che, invece, a lui erano sempre mancate nelle fasi cruciali della vita”. E’ questo uno dei passaggi cruciali contenuti nella sentenza con la quale lo scorso 4 ottobre il giudice Aristodemo Ingusci ha condannato Lucio, il 19enne di Montesardo  a 18anni e 8 mesi di reclusione nel processo discusso col rito abbreviato nel Tribunale per i minorenni (poiché l’imputato aveva 17 anni all’epoca dei fatti).

Nero su bianco, in 77 pagine, c’è la ricostruzione dell’omicidio della 16enne di Specchia Noemi Durini e non ha dubbi, il gup, sul fatto che l’ex, nel compiere il delitto, abbia dato sfogo ai più bassi istinti di violenza e abbia agito con particolare malvagità d’animo. Accoltellata,  aggredita a colpi di pietra mentre giaceva per terra, quindi trascinata e sepolta sotto un cumulo di massi mentre era ancora in vita: “un crescendo di atrocità che denota l’indole spregevole del reo e la precisa volontà di manifestare, attraverso quei modi atroci, l’incolmabile distanza emotiva con la vittima”.

Secondo il giudice, il delitto sarebbe maturato per le continue interferenze e i pesanti condizionamenti esercitati dal nucleo familiare (e in particolare del padre) dell’imputato. E’ come se Lucio messo dinanzi a un bivio, dove da un lato, c’era la ragazza di cui era innamorato, e dall’altra, i genitori che non l’accettavano, abbia scelto la famiglia ma, non tollerando comunque l’idea di perdere Noemi, con atto di insano egoismo abbia deciso poi di “eliminarla”. “Una decisione che, scellerata e assurda, cionondimeno venne pianificata e fortemente voluta dal suo autore che ad essa si determinò in modo libero e cosciente avendo in quella intravisto la via d’uscita ad una condizione di personale grave disagio divenuta oramai insostenibile”, spiega il giudice, secondo il quale l’omicidio si presenta all’imputato come la soluzione per risolvere il conflitto di lealtà venutosi a creare nel tempo con la figura paterna e per superare la condizione di malessere dovuta proprio alla consapevolezza di non riuscire a “svincolarsi dal giogo paterno”: la eventuale decisione di vivere liberamente con la ragazza, anche una volta diventato maggiorenne, sarebbe stata comunque osteggiata dal genitore il quale, avrebbe con ogni probabilità tradotto in fatto i propositi più volte espressi e lo avrebbe punito con la definitiva esclusione dal “sistema famiglia”.

“Sempre più conscio di non essere in grado di contrapporsi al padre e nella crescente paura di un abbandono di Noemi, a poco a poco l’imputato è giunto a individuare nella ragazza la causa reale della sua situazione di disagio che lo vede serratamente seguito e controllato dal padre; l’azione di forte condizionamento dal genitore e la presenza di evidenti segnali di stanchezza del rapporto sentimentale con la Durini, lo ha portato ad una rivisitazione della relazione affettiva ed ora Noemi Durini è divenuta “altro da sé”, un qualcosa non più adatta a lui e di cui deve liberarsi, ma che, se non suo, non potrà né dovrà essere di altri”, si legge in un altro passaggio della sentenza.

Concordando con i periti, il gup sostiene che “l’imputato agisce secondo una “logica binaria e disgiuntiva”, una logica elementare e terribile che lo porta a scegliere in modo consapevole, tra due alternative, sempre e comunque la soluzione di più facile realizzazione senza mai manifestare una reale presa in carico dei vari problemi per giungere a soluzioni socialmente ed eticamente adeguate”.

Riguardo alla gelosia, poi, suonano come un “sinistro presagio” le affermazioni che Lucio rivolse alla vittima in una lettera: “Quando una cosa è mia io la voglio mia per sempre e a tutti i costi e così sarà per sempre”.

In un colloquio del 19 ottobre 2017, nel carcere minorile di Quartuccio (a Cagliari), l’imputato dichiara: “ho messo tutte le pietre ma lei…cercava di muoversi… però c’erano talmente tante pietre che non riusciva a muoversi.. quindi è morta direttamente”. Quest’affermazione, secondo il giudice, “illumina ancor più negativamente la personalità”. Insomma, nessun cedimento, né un attimo di umana pietà, perché, stando alle valutazioni del giudice, Lucio avrebbe avuto sicuramente il tempo e il modo per fermare la sua mano omicida, ma non lo fece.

Il giudice non ha dubbi neppure sul fatto che il ragazzo abbia agito con premeditazione e con lucidità. A suggerirlo, il fatto che si sia munito degli “strumenti” con i quali ha tolto la vita alla giovane e il fatto stesso che l’abbia aggredita colpendola sempre in zone vitali. Ora che sono state depositate le motivazioni, la difesa (rappresentata dall’avvocato Luigi Rella) valuterà il ricorso in appello.

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