Neonato morto nell'armadio, 14 anni e mezzo per i familiari della madre

Confermata in appello la condanna nei riguardi della sorella e del cognato della minorenne, accusati di infanticidio. Per quest’ultima il primo processo inizierà il 14 febbraio

LECCE - Confermata in appello la condanna a 14 anni e mezzo di reclusione per la sorella, 28enne, e il cognato, 47enne, della minorenne di Squinzano (oggi 20enne), accusata di aver nascosto in un armadio, avvolto in un sacchetto di plastica, il bambino partorito già morto.

Il verdetto è stato emesso oggi dalla Corte d’assise, composta dal presidente Vincenzo Scardia e dalla collega Eva Toscani, dinanzi alla quale la coppia rispondeva di infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale e occultamento di cadavere in concorso con la ragazza.

Questo nonostante le valutazioni della pubblica accusa e le argomentazioni della difesa, rappresentata dagli avvocati Paolo Spalluto e Maurizio Scardia. In particolare, per il sostituto procuratore generale Salvatore Cosentino, la coppia avrebbe agito per aiutare la madre, e il codice penale (comma 2 dell’articolo 578) per tali casi, prevede la possibilità di ridurre la pena da un terzo a due terzi. Per questo, la pena invocata era di gran lunga inferiore a quella inflitta in primo grado, ossia di cinque anni a testa.

Per conoscere le ragioni che hanno spinto i giudici a calcare il primo verdetto bisognerà attendere vengano depositate le motivazioni (entro 90 giorni).

Si conclude così uno dei capitoli sulla complicata vicenda giudiziaria iniziata il 9 febbraio 2017, quando la ragazzina giunse in ospedale con una forte emorragia. Per quest’ultima, si ritorna ai nastri di partenza: proprio nelle scorse settimane, è stata accolta la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura per i minorenni, in seguito “all’annullamento” della messa alla prova inizialmente accolta nei suoi riguardi. Il processo si aprirà il 14 febbraio.

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